lun
14
mag
2012
Nella prima e nella seconda parte di questa guida semiseria alla pratica presso lo Aikikai Honbu, abbiamo visto come districarsi in diverse situazioni, dal viaggio alla sistemazione fino all'iscrizione all'Honbu e ai primi timidi passi al suo interno. E' ora però di mettere a frutto gli sforzi fatti fin qui e iniziare finalmente la pratica!
Avevamo interrotto il precedente articolo al momento del saluto iniziale, che come già accennato presso l'Honbu è stato reso, salvo situazioni particolari, il più essenziale possibile: da inginocchiati un inchino verso il Kamiza e poi uno reciproco con l'insegnante, senza battiti di mani o formule particolari da conoscere. La questione del saluto è emblematica e rappresenta già da sola il grande compromesso di questo luogo, dove la tradizione non solo dell'Aikido ma del Budo in genere è stata via via modificata per permettere alla maggior parte delle persone provenienti da tutto il mondo di usufruire di questa struttura, e più in profondità dell'istituzione Aikikai stessa. Dal punto di vista di chi ha approfondito gli aspetti culturali dell'Aikido questi cambiamenti rappresentano spesso un vero e proprio impoverimento che sembra minare le basi dell'Aikido stesso, o almeno di come viene portato avanti dall'Aikikai, mentre da parte di chi preferisce cogliere il lato internazionale, di apertura e condivisione della questione, questo approccio pragmatico ed essenziale viene sicuramente apprezzato maggiormente.
C'è da dire che comunque, Aikido a parte, questa tendenza a sfoltire i rituali e a procedere verso rapidi cambiamenti che possano essere intelligibili da grandi numeri di persone, stranieri compresi, è una tendenza del Giappone tutto, almeno dalla restaurazione Meiji in poi. L'Aikikai in fondo, come organizzazione, istituzione culturale, vero e proprio ufficio con i suoi impiegati, non può fare a meno di adattarsi al resto del paese nelle modalità e nelle prospettive a lungo termine, pena il fallimento della sua “mission” che al momento sembra essere quella della divulgazione prima ancora che quella del mantenimento di un sapere tecnico "ortodosso".
Rimanendo quindi non troppo distanti da questo tema, ma parlando come promesso di pratica, presso l'Honbu dojo non ci sarà occasione di utilizzare le armi secondo nessuno stile, sia perchè nessuno dei partecipanti alle lezioni le porta con sé e nel dojo ce ne sono meno di una mezza dozzina su una rastrelliera in un angolo, sia perchè a quanto si dice la loro pratica è stata ufficiosamente bandita dalle lezioni che si tengono in queste sale. Va specificato comunque che spesso si sente dire che il Doshu ha bandito in toto la pratica delle armi, ma in realtà i diversi Shihan che insegnano anche in altri Dojo hanno la libertà di insegnare le armi nel modo che preferiscono, anche se alcuni kata o metodiche non compaiono poi nel programma d'esame.
Come dicevamo quindi nel primissimo articolo alla nascita di questo blog, nessuna paura rispetto al tipo di Bukiwaza che vi verrà proposto perchè, purtroppo o per fortuna, non vi verrà proposto affatto!
Si parte quindi direttamente dal Taijutsu, spesso senza nessun esercizio che preceda le tecniche vere e proprie. La lezione dura un'ora e vista l'affluenza di partecipanti, le diverse estrazioni scolastiche e compresi i momenti per le spiegazioni, si cerca di tenere il ritmo piuttosto elevato.
Via subito a cercare con lo sguardo un compagno che risponda al vostro cenno di praticare insieme (solitamente un kohai dovrebbe cercare un senpai ma è veramente difficile agire secondo questo metodo in un luogo sconosciuto e così frequentato) e attenzione a non esitare troppo, pena il ritrovarvi da soli! Trovato un compagno, o due se eravate rimasti da soli e si è finiti in un trio, scoprirete come a parte pochi aficionados del Sensei di turno, tutti faranno un po' come gli pare, spesso facendo anche tutto il contrario di quello che è stato proposto. Il consiglio, per chi fosse alle prime armi o per chi non fosse avvezzo alla pratica da quelle parti, è quello di non approcciare la pratica dell'Honbu come quella di un normale Dojo dove si cerca di imparare una maniera specifica di fare la tecnica contando anche sull'aiuto dei senpai, ma di provare a riprodurre il più fedelmente possibile quello che vi è stato mostrato dall'insegnante, anche se il vostro compagno dovesse fare in modo diverso o cercare addirittura di correggervi la forma: con grande probabilità starete praticando con uno che si trova lì per caso quasi quanto voi e che non può farsi interprete del pensiero dell'insegnante. Discorso diverso ovviamente per chi si ferma per un po' di tempo e impara a riconoscere quali sono i praticanti di lungo corso che seguono uno specifico insegnante, e che possono permettersi di dare consigli interessanti.
Per fortuna comunque tutti gli insegnanti, dai più giovani Fukushidoin agli Shihan, Doshu compreso, girano il tatami per spiegare o almeno riproporre ancora la tecnica, e non è raro che, vedendo qualcuno fare tutt'altro, non intervengano direttamente. In generale però accade come negli stage: il Maestro inizia a correggere qualcuno e le persone vicino, per questioni di spazio o di tipologia della spiegazione, possono fermarsi e inginocchiarsi per assistere al surplus di spiegazione o, specialmente se invitati a continuare, aspettare che l'insegnante si occupi eventualmente di loro. Come dicono i giapponesi,“leggere l'aria” insomma. Unica regola, quella di non chiamare mai l'insegnante per fare domande o richieste.
Se la pratica all'Honbu può risultare a volte deludente dal punto di vista dell'apprendimento tecnico, dove volenti o nolenti non si riesce a dare continuità alle varie proposte nell'arco di una settimana a causa dell'alternarsi degli insegnanti, d'altro canto il confrontarsi con tanta gente su tantissimi schemi diversi e ad un ritmo sostenuto può essere per un drogato di Aiki un vero e proprio Rave Party!
Già perchè dell'Honbu tutto si può dire tranne che il ritmo non sia sostenuto, e non avendo modo di perdersi in chiacchiere, spiegazioni o “secondo me”, si è costretti a prendere il ritmo in cui anche il giapponese hakamato più deludente dal punto di vista tecnico vi metterà a dura prova, schizzando indietro dal tatami ogni volta che lo proietterete, pronto per ricominciare in un nanosecondo. In estate come in inverno il vostro Keikogi diventerà zuppo di sudore nel giro di pochissimo!
Ma basta questo per il centro dell'Aikido mondiale? Bastano il sudore, il ritmo, il veder sfilare Shihan famosi uno dopo l'altro o ritrovarsi con tanti Aikidoka provenienti da tutte le parti del mondo? Basta essere a Tokyo per fare la differenza con uno stage organizzato dietro casa nostra?
Forse no. O forse sì. Dipende prima di tutto dalle aspettative che si sono riposte in questa esperienza, dalla formazione ricevuta, dalla lunghezza del periodo in cui ci fermeremo per allenarci lì. Di sicuro anche per il praticante più serio del mondo passare una settimana, due o un mese presso l'Honbu può essere un'occasione per fare il punto sulla propria pratica o comunque un'esperienza formativa dal punto di vista culturale ma un po' meno per quanto riguarda la crescita tecnica, anche se pure in questo caso dipende molto dal praticante, da cosa riesce ad assorbire e in quanto tempo. E' abbastanza probabile che un mese passato presso l'Honbu Dojo ci possa dare tanti stimoli ma che non contribuisca poi in maniera eccessiva sulla nostra formazione tecnica quindi. Discorso diverso per chi si ferma per tanto tempo o chi frequenta l'Honbu parallelamente alle lezioni in altri Dojo.
E quindi? Tre articoli per portarci all'Honbu per poi scoprire che non diventeremo più bravi?
Sì esattamente! Come già detto è un'esperienza che, una volta che avrete deciso di visitare il Giappone, non richiede sforzi immani, presentazioni o patti di sangue, quindi per ogni Aikidoka che voglia rendersi conto di persona di cosa stiamo parlando un salto più o meno lungo presso l'Honbu è comunque consigliato. E non è detto che poi le conclusioni siano le stesse di chi scrive, per carità!
Stiamo quindi per lasciare l'Honbu, non prima di aver fatto il saluto finale e partecipato possibilmente alle pulizie, scopando il tatami per poi lasciare il colpo finale all'aspirapolvere e pulendo con gli stracci umidi la parte in legno. Pieghiamo la nostra Hakama, rifacciamo il saluto come all'entrata e velocemente torniamo nello spogliatoio, che questa volta, se stiamo partecipando alle lezioni in un orario e in periodo di forte affluenza, sarà veramente invivibile visto che ci siamo tornati tutti contemporaneamente! Volendo si può fare la doccia (fredda!) stando attentissimi a non sporcare la zona dove ci si cambia, visto che come già detto si fa tutto a terra e non ci sono ciabatte o pedane.
Di nuovo giù per le scale e poi al bancone della reception dove recupereremo il nostro tesserino prima di andare via, senza dimenticarci di salutare e ringraziare praticamente chiunque si trovi a portata di vista nel raggio di diversi metri!
Ed eccoci di nuovo per le strade di Tokyo, magari in una calda sera d'estate o sotto i fiocchi di neve in inverno, mentre torniamo verso la nostra casa temporanea riflettendo sulla lezione alla quale abbiamo appena partecipato. Ne è valsa la pena? Ma sì, dai!
leggi anche Destinazione Honbu - prima parte
e Destinazione Honbu - seconda parte
mar
08
mag
2012
Ultimamente su un famoso forum italiano dedicato alle arti marziali mi sono lasciato coinvolgere, come non accadeva da tempo, in una discussione sulla proposta di sviluppare una componente sportiva nell'ambito dell'Aikido. Chiaramente la questione verte più che sul creare campionati e relativi campioni, sulla necessità di avere un banco di prova dove poter testare in maniera assolutamente non collaborativa i princìpi dell'Aikido, poter cioè verificare quanto ad un certo livello si sia in grado di far funzionare le tecniche o, meglio ancora, funzionare noi stessi, con chi non ha assolutamente intenzione di assecondarci neanche nella scelta degli attacchi o nella loro velocità.
Dal mio punto di vista, espresso in modo più esteso in quella discussione, la voglia di ritrovarmi in un contesto dove poter finalmente togliere il freno a mano è sicuramente tanta ma al tempo stesso non vedo come ciò sia realizzabile tra praticanti di Aikido, i quali se non eticamente almeno strategicamente mi sembrano poco adatti per dare vita, l'uno contro l'altro, ad un confronto del genere. Forse proprio perchè ci è sempre stato insegnato, nelle parole ma anche nella tecnica, a non essere mai "contro" ma insieme. D'altro canto, questo "insieme", questo "non vincere ma convincere" necessita anche nella liturgia del Dojo di qualcuno che si ponga in qualche modo "contro" di noi. Da qui la mia idea per la quale forse questi banchi di prova andrebbero ricercati, da chi ne sente l'esigenza, non all'interno dell'Aikido ma in altri contesti dove incontrare possibilmente combattenti che hanno fatto del "contro" la loro strategia di confronto.
Questi discorsi faranno sicuramente storcere il naso a più di un tradizionalista, e a dirla tutta non sono neanche l'ambito in cui mi muovo meglio io stesso come mentalità, prospettive di pratica e messaggio di cui vorrei essere portatore ma considerando che anche uno come me, che vede l'Aikido come una ideale e artistica rappresentazione del conflitto violento (al pari di quanto potrebbe esserlo un dramma del teatro Noh!), si ritrova ad avere spesso la voglia di fare "certe prove", forse significa che qualche riflessione ogni tanto la possono anche meritare. Anzi, come diceva un amico intervenuto poi nella discussione, considerando che spesso certe richieste vengono dalle nuove generazioni, si potrebbe almeno dire che vanno tenute in considerazione per forza. Quanto meno per riscoprire, eventualmente, il perchè dell'assenza di certi elementi nella pratica tradizionale. E magari concordare che va bene così.
Ma sono discorsi da Gaijin, da "barbari" che non vedono l'ora di rovinare con lo sport quello che nasce con tutt'altra natura e scopi?
Sembrerebbe proprio di no, visto che anche in Giappone ogni tanto qualcuno, probabilmente facendo arrabbiare Osensei se ancora ha voglia di guardarci, trova il modo di inserire l'elemento della competizione nella Via per Armonizzare le Energie dell'Universo.
Sappiamo tutti dell'esistenza dello Shodokan/Tomiki Aikido, dove probabilmente per la formazione judoistica del suo fondatore si è sviluppato da molto tempo un sistema di gare che comprendono anche l'utilizzo di un soft-tanken da disarmare più o meno liberamente, mentre non è raro vedere in rete video di Aikidoka, sempre giapponesi, che indossano le protezioni tipo semi-contact e che, in barba a tutto quello che studiano o che dovrebbero studiare, si esibiscono in sparring fatti di saltelli, sbracciate e calcioni dove infilare qualche raffazzonato Kotegaeshi o Iriminage (che non sono più tali non tanto perchè differiscono nell'esecuzione meccanica ma perchè tradiscono, dall'inizio, i presupposti per i quali dovrebbero essere applicati).
C'è anche qualche caso in cui Aikidoka "puri" si confrontano con praticanti di altre discipline (famoso un video in cui un praticante di Aikido al quale addirittura manca buona parte di un braccio affronta praticamente senza regole e senza protezioni un praticante di, forse, Karate). Insomma, anche ai giapponesi, almeno ad alcuni, pare che piaccia l'idea di provare l'Aikido in maniera non collaborativa anche se con risultati non proprio brillanti sia dal punto di vista dei risultati che dell'organizzazione e degli scopi di questi confronti.
Se includiamo anche la controversa (per non dire altro) scelta dell'Aikikai/IAF di sviluppare e presentare agli scorsi giochi di Pechino gare di dimostrazioni delle quali mi sfugge il senso e che utilizzerò come "specchio riflesso" quando qualcuno mi contesterà la voglia di partecipare ad uno sparring libero (si scherza...), il quadro dell'Aikido giapponese competitivo e sportivizzabile dovrebbe essere completo.
O almeno così credevo fino a pochi minuti fa quando mi sono imbattuto in un video giapponese di Katashiai, letteralmente "gara di forme". Che non sarebbe tanto strano se queste "forme" non fossero però quelle dell'Aikido e non , come si potrebbe immaginare dal solo nome, i canonici Kata del Judo o del Karate.
Come avviene questo Katashiai? A quanto si evince dal video si compete in due, uno contro l'altro, e si cerca di applicare delle tecniche libere a turno su attacchi "improvvisati", a cominciare dal primo che parrebbe obbligatoriamente un attacco dalle spalle continuando con attacchi decisamente blandi su vari obbiettivi.
Non mancano un arbitro (o forse più di uno), il pubblico, il tifo che si ritrova in una qualsiasi partita di Basket di un liceo giapponese e quella che credo sia la divisa per questa situazione, ossia un completo keikogi-hakama bianco per tutti.
L'esibizione è alquanto imbarazzante, sia per il basso livello tecnico che per l'idea in sè e il fatto che avvenga in Giappone (in Hokkaido per la precisione) è più un'aggravante che altro! Ha comunque il pregio di farci sentire un po' meno traditori del pensiero di Osensei e un po' meno Gaijin nel momento in cui decideremo eventualmente di confrontarci con qualcuno che cercherà, si spera, di colpirci o bloccarci più liberamente di quanto si vede in questa strana competizione (di Aikido? Mi sta venendo qualche dubbio...)!
edit: bè a parte la scritta Aikido nel video (e nei loro siti), pare che si tratti di "Takeda Ryu Aikinojutsu"... !
lun
07
mag
2012
In un paese come il Giappone, in cui le armi da fuoco restano quasi appannaggio esclusivo della polizia e dei militari, dove anche la criminalità organizzata preferisce evitare di ricorrere ai proiettili per dirimere le proprie questioni e dove procurarsi una pistola per la difesa personale, sia legalmente che attraverso canali secondari, è quasi impossibile, la quasi totalità dei delitti o dei tentativi di assassinio, rapina o violenza sessuale avvengono utilizzando coltelli di uso comune o al limite oggetti impropri dal simile maneggio.
Le lame, nel Giappone di oggi come nel periodo feudale, fatte le dovute eccezioni rispetto ai diversi contesti e quindi alle motivazioni del loro utilizzo, restano quindi l'oggetto che incarna l'arma per eccellenza da cui difendersi e che, purtroppo, appare più spesso nelle notizie di cronaca nera.
Non stupisce infatti che alcuni rimedi antichi siano rimasti in auge ai giorni nostri, creando una singolare continuità tra le metodiche dell'antichità e le tecniche di polizia odierne.
Uno di questi rimedi si ispira ad alcuni attrezzi utilizzati nel periodo Edo dai Samurai che avevano compiti di polizia ed ordine sociale ma che possiamo ritrovare, a testimonianza della versatilità della soluzione, anche in altri contesti, uno su tutti i templi buddisti. Si tratta nel caso specifico di un set di tre lunghi bastoni, mediamente sui due metri, che alle loro estremità presentano forme, sporgenze e ganci che servivano ad immobilizzare, spingere o intrappolare eventuali aggressori, ladri o fuggitivi. Questo set è detto Torimono Sandogu, che letteralmente significa proprio “tre attrezzi per arrestare” ed è composto dal Sasumata, che alla fine del bastone si biforca formando una “C” o in alcuni casi una “V” di ferro ricoperta di ganci e spuntoni all'interno della quale si cerca di bloccare il tronco dell'avversario, dallo Tsukubo, fondamentalmente simile ma che invece una forma a “T” e serve a compiere azioni “di spinta”, e dal Sodegarami che ha una serie di ganci ritorti che servono, come dice letteralmente il nome, ad agganciare le maniche, cioè ad afferrare l'eventuale fuggitivo appigliando l'attrezzo ai suoi vestiti.
Di questi attrezzi è sopravvissuto ai giorni nostri il Sasumata, che incarna però in alcuni modelli anche alcune caratteristiche degli altri due. Il moderno Sasumata è un attrezzo utilizzato fondamentalmente dalla Polizia giapponese ma non solo, come vedremo più avanti.
Contro un eventuale avversario armato di lama la lunghezza del bastone permette di mantenere una distanza di sicurezza notevole mentre l'estremità, che nella forma di base è quella a “c” senza spuntoni o ganci, dovrebbe permettere di inforcare facilmente il busto. Questo ovviamente non basta per fermare un avversario determinato e l'utilizzo migliore del Sasumata avviene idealmente in coppia con un'altra persona armata di un ulteriore Sasumata. La strategia più classica consiste quindi nel bloccare con un attrezzo il torso e con l'altro le gambe, magari spingendo nel cavo popliteo per far inginocchiare l'avversario. Il passo successivo, che anticamente trovava la sua tecnica nell'Hojojutsu, ossia l'arte di legare i prigionieri, può essere per un tutore dell'ordine il semplice ammanettamento. Non essendo ovviamente facilissimo, esistono dei minimi metodi di allenamento e di strategia da concordare con i colleghi, nonché vengono in aiuto alcune varianti del Sasumata che presentano alcuni extra, come un ulteriore curva nel senso contrario che permette di compiere dei movimenti di aggancio “di ritorno”, o alcune forme che tendono a chiudersi dopo aver centrato il bersaglio ed altre che sono veramente simili ad alcuni attrezzi da accalappiacani e che finiscono per chiudersi intorno agli arti come delle vere e proprie manette.
Come in passato però, non soltanto le forze dell'ordine hanno riscontrato dei vantaggi nell'utilizzo di questi attrezzi e il Sasumata, inizialmente appannaggio della sola Polizia, viene oggi commercializzato nelle sue numerosi varianti al pari di altri strumenti per la difesa personale privata, proposto come attrezzo da tenere in casa, spesso corredato dalla possibilità di impararne il maneggio, magari anche tramite video-corsi allegati .
Il target principale però sembra essere quello degli insegnanti delle scuole per i quali in molti casi le polizie locali organizzano annualmente seminari sull'utilizzo del Sasumata. Gli insegnanti delle scuole infatti necessitano di attrezzi che possano servire a tutelare sia loro stessi da eventuali rivolte che gli alunni in caso di intrusioni da parte di terzi (situazione purtroppo non impensabile, come avvenne diversi anni fa ad Osaka per esempio) e che non dovrebbero, per motivi etici e legali, ledere l'incolumità dell'aggressore. La Polizia giapponese quindi, che da sempre organizza nelle scuole seminari di Goshinjutsu per gli studenti affiancate ovviamente a lezioni sulla prevenzione, interviene su richiesta delle scuole nell'insegnamento di questi e altri aspetti della difesa personale e di terzi. Così facendo libera il campo da insegnanti magari validi “marzialmente” ma che non hanno piena cognizione delle dinamiche e delle esigenze scolastiche e sociali ma anche da tutto quel sottobosco di esperti della domenica che cerca un posto al sole in questi contesti.
Considerando appunto il discorso di apertura relativo alle lame, si è forse preferito optare per qualcosa che, per quanto richieda un minimo di sangue freddo e abilità, non arrivi alle pretese di vedere un insegnante disarmare a mani nude un aggressore armato di un coltellaccio da cucina.
Certamente i limiti del Sasumata sono tanti, primo tra tutti il bisogno di reperirlo velocemente nel posto giusto (sarebbe stato utile nel caso della strage di Akihabara, ad esempio) nonché la questione degli spazi. Non è sicuramente una soluzione per tutte le situazioni ma colpisce, almeno dal punto di vista occidentale, vedere come un attrezzo del Giappone dei Samurai continui a svolgere la sua funzione ancora oggi, offrendo se non una soluzione definitiva almeno degli spunti di riflessione sulle opportunità e sulle metodologie di difesa non violenta ma efficace, applicabili magari anche in altri contesti fuori dal Giappone.
In queste foto, oltre alla prima dove appare il Torimono Sandogu antico, alcune immagini prese da internet dove si alternano momenti dei seminari della Polizia e inserzioni pubblicitarie di diversi modelli di Sasumata per i privati.
mer
02
mag
2012
cancellarsi da FB - un mini-seppuku
Magari non ve ne siete neanche accorti ma da qualche giorno non ho più un account personale su Facebook.
Probabilmente, sempre sul famoso social network, prima o poi nascerà una pagina per gli aggiornamenti di questo blog ma per il resto al momento preferisco non avere un account personale dove mischiare inevitabilmente pubblico e privato.
Per quanto mi riguarda resto sempre disponibile come in passato, cambiano soltanto le dinamiche, quindi chi volesse contattarmi potrà farlo anche e soprattutto "alla vecchia maniera" via email (segnalata anche nel mio profilo in queste stesse pagine).
Il blog va avanti e magari con il tempo sottratto a Facebook aumenteranno la frequenza e, si spera, la qualità degli articoli.
A presto,
d.
(edit del 4/5/2012: La pagina per seguire gli aggiornamenti del blog direttamente da Facebook è già attiva :))
mar
17
apr
2012
Nella prima parte di questo racconto siamo partiti alla volta del Giappone e dell'Aikikai Honbu Dojo affrontando i problemi e le domande più frequenti a proposito del viaggio, dei diversi tipi di Visa per il soggiorno e della logistica relativa ad alloggio e spostamenti. Siamo quindi arrivati alla porta dell'Honbu Dojo, emozionati e pieni di aspettative, senza un'idea precisa di quello che ci aspetta al di là della soglia.
Come già detto, l'entrata dell'Honbu Dojo non è troppo diversa da quella di un qualsiasi ufficio giapponese degli anni settanta e presenta infatti sulla destra il tipico bancone, o reception, dove generalmente due o più persone svolgono funzioni di accoglienza e segreteria. Tutto quello che riguarda l'Aikikai Foundation sembra svolgersi in questo minuscolo ufficio pieno di faldoni, fogli, telefoni, fax, stampanti.
Il personale parla inglese e quindi non ci sono grossi problemi per comunicare le proprie intenzioni, le proprie generalità e ricevere informazioni sull'iscrizione al Dojo o eventualmente anche all'Aikikai Foundation nel caso non si appartenga già a questa organizzazione.
Proviamo a spiegare meglio questo punto. La maggior parte della gente che si reca presso l'Honbu Dojo lo fa perchè lo considera appunto il Dojo centrale, la sede madre dell'Aikikai alla quale appartiene anche il Dojo dove abitualmente si allena nel proprio paese.
Diversamente, chi appartiene ad altre organizzazioni considererà il proprio Honbu altri luoghi e potrebbe non avere interesse, tempo o risorse sufficienti per allenarsi qui. Ci sono però anche praticanti che pur non appartenendo all'Aikikai riconoscono in quest'associazione un valore, dato fondamentalmente dalla presenza al suo interno di alcuni insegnanti noti a livello internazionale e pur non seguendo un Dojo Aikikai può nascere il desiderio di partecipare ai loro allenamenti.
A nessuno è preclusa l'iscrizione all'Aikikai ed è sufficiente farne richiesta direttamente allo sportello. In alcuni casi è possibile che al nuovo iscritto vengano chieste informazioni riguardo al Dojo di appartenenza o all'insegnante di riferimento ma principalmente per raccomandare di avvisare il proprio insegnante, o meglio ancora per accertarsi che sia già al corrente, della propria iscrizione all'Aikikai. Una formalità, una sorta di “disclaimer” insomma.
L'iscrizione consiste nella compilazione di un modulo, disponibile anche in inglese, e del pagamento della quota necessaria. Va notato che l'iscrizione all'Aikikai Foundation non ha scadenza e che la tesserina che riceverete completate le formalità la conserverete probabilmente per tutta la vita. Oltre a questo, che sancisce la vostra appartenenza all'Aikikai ma non necessariamente all'Honbu Dojo, bisogna stabilire la vostra modalità di partecipazione alle lezioni. E' possibile pagare una quota mensile o anche il solo allenamento giornaliero. Ci sono poi altre modalità relativamente a quote per gli studenti, l'iscrizione a speciali corsi ed è possibile richiedere di pagare una quota per un periodo specifico in cui intendete frequentare le lezioni.
Prima di fare tutto questo comunque potete anche chiedere di assistere ad una lezione. In ogni caso, se siete già pronti per l'allenamento o se per oggi volete soltanto assistere, il percorso da fare è lo stesso: ringraziare, togliersi le scarpe, salire sul gradino che divide il pavimento in legno del corridoio da quello dell'ingresso, sistemare le vostre scarpe in una delle mensole sulla parete e dirigervi alla fine del corridoio. Sulla parete che vi troverete davanti è stata posta una targa con l'effige di Ueshiba Osensei. E' buona norma fare un inchino verso quest'immagine e non passare direttamente alle scale che vi porteranno verso le due sale di pratica. Non è obbligatorio ne' vengono impartite istruzioni in merito, ma il consiglio di adeguarsi a quello che fanno tutti, di tenere gli occhi aperti sui modi e sulle usanze dei giapponesi è ovviamente sempre valido.
Ai ragazzi che abbiamo conosciuto nella prima parte di questo racconto capitò, proprio mentre si trovavano per la prima volta forse eccessivamente assorti di fronte alla targa, di non rendersi conto che il signore che usciva da una porticina adiacente e che li aveva salutati con un gran sorriso, maldestramente ricambiato soltanto da un lieve cenno del capo, era niente meno che il Doshu in persona, probabilmente sorpreso dalla tiepida reazione di due gaijin che, paradossalmente, si trovavano in atteggiamenti di semi-adorazione verso l'immagine di... suo nonno! Quando realizzarono la loro prima, grande figuraccia, era ormai troppo tardi per riparare. Con un lieve senso di gelo lungo la schiena nonostante il caldo si avviarono quindi verso le scale.
Le scale in questione portano verso due sale di pratica che non hanno una porta e il cui interno è quindi visibile già dal pianerottolo. La prima è la più piccola ed è riservata ai principianti. Si lavora tanto sui Kihon ed è la sala alla quale vengono indirizzati i nuovi iscritti o chi non ha molta pratica alle spalle. Al momento dell'iscrizione vi verrà infatti prospettata questa possibilità con il consiglio di scegliere la classe più adeguata alle vostre capacità. Parliamo di consiglio perchè potete scegliere in modo completamente autonomo la sala per la vostra pratica e poi valutare se cambiare dalla lezione successiva.
Proseguendo quindi verso il piano superiore troviamo la sala grande. Anche qui l'ingresso non ha una vera e propria porta ma non fatevi prendere dalla fretta! Se siete saliti soltanto per vedere la lezione, aspettate in prossimità della porta fino a quando qualcuno non verrà ad invitarvi ad entrare. Che siate praticanti o semplici curiosi sarete invitati a fare il saluto in ginocchio verso il Kamiza e poi a prendere posto al lato opposto, in fondo alla sala, sulla striscia di pavimento di legno.
Se invece siete saliti per praticare, il vostro ingresso avverrà attraverso gli spogliatoi che hanno l'ingresso coperto da un sistema di doppie tende in mezzo alle quali cercherete di muovervi in modo più disinvolto possibile. Entrati nello spogliatoio forse vi stupirete del fatto che a differenza delle palestre occidentali non vi è la presenza di una panca o di qualcosa simile ad uno sgabello, salvo una parete con diversi armadietti dove potete appoggiare la vostra roba ed eventualmente, inserendo una monetina, chiuderla a chiave. In fondo alla stanzetta, piccola e affollata, il locale docce. O meglio, il locale “docce ghiacciate”, ma questo lo verificherete presto....
Non dimenticatevi di salutare le persone che troverete nella stanzetta ne' quelle che entreranno dopo di voi, senza aspettarvi però saluti particolari. In fondo siete gli ultimi arrivati!
Cambiatevi velocemente e attraversando un'altra tenda sarete già all'interno del Dojo. Come dicevamo prima, quando si entra ( e si esce) è necessario il saluto verso il Kamiza possibilmente nella versione a mani giunte ma non con il battito, o al limite non con un battito rumoroso.
Adesso siete veramente dentro all'Honbu Dojo e se avete scelto la sala grande davanti a voi c'è addirittura il famoso Kakejiku con la calligrafia di Osensei e tra pochi minuti entrerà l'insegnante incaricato per quell'orario.
All'Honbu Dojo, come potete verificare dalla timetable che vi verrà consegnata, ma anche fin da ora sul sito dell'Aikikai, si alternano diversi insegnanti durante tutta la giornata e salvo situazioni particolari durante la settimana tranne la Domenica potete scegliere di partecipare ad una o più lezioni anche nello stesso giorno, cominciando dalla lezione delle 6:30 am tenuta solitamente dal Doshu (e adesso anche dal figlio), fino all'ultima lezione delle 19:00.
Ci sono anche classi speciali riservate alle sole donne, ai bambini e alcune classi la Domenica mattina, nonché una serie di lezioni denominata Aikido Gakko (Aikido Academy).
In attesa dell'insegnante intanto ci si scalda. Non è vietato provare anche qualche tecnica con un compagno anche se sarebbe il caso di evitare certi piccoli “show” che si vedono spesso fare a tanti stranieri tra una lezione e l'altra...
Quando entra il Maestro ci si siede più o meno in un posto a caso pronti per il saluto, che all'Honbu Dojo è stato ridotto al minimo di un inchino a mani giunte verso il Kamiza e uno ancor più semplice e reciproco tra insegnante e allievi.
Forse anche a causa dell'alta affluenza alle lezioni, non si formano delle file precise durante il saluto, ne' dal punto di vista dei gradi ne' strettamente “geometrico”, anche se si cerca di dare una certa omogeneità al tutto prima possibile. Visto che non siamo frequentatori assidui del Dojo è buona norma non mettersi in prima fila e magari tenersi un po' indietro, e se siamo in tanti anche sulla parte in legno va bene. Anche perchè così siamo nella posizione migliore per osservare quello che fanno gli altri e regolarci di conseguenza!
Facciamo il saluto e... finalmente si inizia!!!
-continua...
lun
09
apr
2012
Chi ama i film di Samurai o meglio ancora le stampe del periodo Edo, ha sicuramente ben presente la scena che stiamo per descrivere, ossia gli spostamenti di personaggi importanti della corte imperiale o del Bakufu e della loro scorta da una parte all'altra del Giappone, il più delle volte percorrendo la Tokaido, la strada che univa Edo e Kyoto.
Un film su tutti, il più recente forse in cui si vede bene questa scena, è "I 13 assassini" di Miike Takashi, dove l'azione ruota appunto sul viaggio intrapreso da uno spietato rampollo dello shogunato e sul tentativo da parte di alcuni Ronin di ucciderlo durante questo spostamento, nonostante la numerosa scorta di guerrieri e attendenti al seguito.
Qui a Hamamatsu la scorsa domenica si è svolta la sessantesima rappresentazione di uno di questi spostamenti regali, chiamata "Himesamadochu", liberamente tradotto come "il passaggio della principessa", dove per l'appunto viene riprodotta questa sfilata che vede una principessa e la sua corte fatta di attendenti, samurai d'alto rango e semplici soldati scortarla verso il palazzo destinato ad accoglierla. Il tutto passando per la strada che si dice fosse quella più facile e preferita, in mezzo ai ciliegi in fiore.
Mentre in Italia si festeggiava la Pasqua cristiana, qui l'evento principale del weekend era lo Ohanami, ossia la contemplazione dei ciliegi in fiore, magari insieme alla famiglia, agli amici o ai colleghi.
Alla periferia della città, dove tra l'altro è ancora presente uno degli antichi varchi in legno che sancivano le frontiere tra una regione e l'altra e attraverso i quali si passava soltanto con uno speciale permesso, i ciliegi in fiore e la parata in abiti tradizionali sono stati anche l'occasione per allestire anche alcune bancarelle tradizionali in riva al fiume che porta al lago, dove si trovava il palazzo della principessa.
Preparato il nostro spazio per il picnic all'ombra dei ciliegi, tra la strada che avrebbe percorso il corteo e il fiume, in compagnia di centinaia di altre famiglie, abbiamo potuto così assistere alla sfilata della principessa e dei suoi samurai.
In quest'occasione poi è tradizione che la principessa sia impersonata dalla Miss Hamamatsu in carica mentre il capo dei Samurai dal sindaco in persona!
Una bellissima tradizione che l'anno scorso era stata sospesa a causa dei tragici eventi legati al terremoto e che quest'anno è stata probabilmente apprezzata ancor di più.
Dal punto di vista degli amanti delle arti marziali forse nulla di eccezionale considerando anche la riproduzione scarsamente fedele delle armi portate in parata, ma sicuramente con un po' di immaginazione si riesce anche ad immaginare quanto nei tempi antichi questo lavoro di scorta e protezione fosse difficoltoso e quanto fossero quindi necessari uomini dalle capacità eccezionali.
gio
29
mar
2012
Chi pratica le arti marziali giapponesi prima o poi si imbatte nei tre ideogrammi Shu, Ha e Ri, una sorta di motto che indica gli stati dell'apprendimento in diverse discipline tradizionali, anche non necessariamente marziali come la calligrafia, il teatro o la via del tè.
Il significato si può dividere appunto in tre stadi che vanno dall'apprendimento della base, indicato dall'ideogramma Shu, passando per la rottura degli schemi, corrispondente all'ideogramma Ha, fino allo sviluppo o meglio ancora al ritorno alla naturalezza del gesto una volta trasceso ogni schema, indicato dall'ideogramma Ri.
Ci sono tante spiegazioni, nei libri e nei testi riportati in rete, senza dimenticare la trasmissione orale dei Maestri, che approfondiscono le varie interpretazioni e implicazioni di questo motto che, in senso lato, non è molto lontano dal nostro “Impara l'arte e mettila da parte”.
Secondo la disciplina praticata ma anche secondo l'interpretazione di chi passerà questo concetto al proprio discente, possono apparire diverse sfumature nei significati e nelle “applicazioni pratiche” ma essenzialmente il concetto è sempre lo stesso: imparare la base, rompere la base, trascendere la tecnica.
Quella che segue è la contestualizzazione più diffusa dei principi di ShuHaRi.
Solitamente quando si parla di imparare la base si intende imparare il kihon, ossia la tecnica fondamentale. Lo stadio “Shu” viene quindi associato al principiante che in questa fase impara la forma tecnica partendo da zero. Un parallelo grossolano per capirci velocemente lo possiamo fare con tutte quelle scuole che hanno una precisa didattica, un programma tecnico ben definito e che prevedono, ad esempio fino ad un certo grado Dan, l'apprendimento di precisi schemi motori dai quali l'allievo non dovrebbe uscire.
Una volta imparati questi schemi alla perfezione è teoricamente possibile quindi passare allo stadio successivo, che è quello in cui sono permesse, o meglio necessarie, le “variazioni sul tema”, che possono consistere nelle varianti tecniche, magari anche non completamente codificate, o meglio ancora nella capacità di adattare quanto appreso a situazioni sconosciute o non canoniche. Parliamo quindi dello stadio Ha, quello che riguarda in generale i praticanti esperti.
Nell'ultima fase, detta come abbiamo visto Ri, si parla ormai di Maestria. L'allievo si è ormai emancipato da tutto quello che può essere riconosciuto come artificioso, costruito secondo uno stile o una preferenza, e, diventato a sua volta Maestro (di sé stesso in primis), si muove in accordo con i principi universali, tornando in un certo senso all'inizio del cerchio, ossia a quando non sapeva nulla e la sua mente era libera. Nello stadio Ri ormai “il corpo sa tutto” e non c'è più bisogno di guidarlo scientemente.
Spesso il completamento di questo percorso circolare si identifica con la capacità di poter fondare una propria scuola, un proprio stile o comunque poter guidare nuovi adepti su una strada che si è percorsa personalmente.
Fino a qui, più o meno tutti gli artisti marziali a conoscenza del concetto di ShuHaRi concordano.
Mi piacerebbe però condividere un pensiero del mio Maestro sullo ShuHaRi, nella speranza che possa interessare il lettore almeno quanto ha interessato me questa diversa interpretazione.
Spesso capita che, ritrovandoci da soli al Dojo, una parte della lezione venga dedicata all'insegnamento degli ideogrammi giapponesi e dei loro significati profondi legati alle arti marziali. Per me, che ho nei Kanji il mio tallone d'Achille per quanto concerne la lingua giapponese, è una grossa opportunità. Mi sento anche profondamente riconoscente al Maestro perchè so che si preoccupa sinceramente della mia “istruzione”, non solo come budoka ma anche come straniero in Giappone.
In una di queste mini-lezioni ha affrontato proprio il tema di ShuHaRi. Credevo di saperne abbastanza, cioè quello che ho scritto fin qui, ma alcune sfumature mi hanno spinto a fare ulteriori riflessioni.
Cominciamo dagli ideogrammi utilizzati quindi, così come il Maestro ha fatto con me: l'ideogramma che pronunciamo Shu significa letteralmente “proteggere”, in giapponese "mamoru". Molti forse hanno sentito questa parola anche a proposito di alcuni oggetti piuttosto famosi come appunto gli “O-mamori”, gli amuleti dei templi e dei sacrari giapponesi.
Torneremo tra poco su questo ideogramma e sulle sue implicazioni, mentre per ora vorrei passare al secondo, ossia Ha. Questo ideogramma si legge anche “yaburu” e significa letteralmente rompere o distruggere.
Il terzo, Ri, appare anche come lettura tra i simboli dell'I-Ching, attribuito al fuoco e al punto cardinale del sud anche se con un significato diverso (chiarezza, adattabilità ma anche attaccamento...). Il significato letterale è invece quello di allontanarsi, abbandonare, quindi per estensione trascendere.
L'ideogramma sul quale ha insistito il Maestro è stato però il primo, Shu, sul significato letterale di “proteggere” quindi.
Secondo lui prima di questo stadio, che come abbiamo visto di solito viene attribuito al principiante assoluto, è necessario considerarne un altro che corrisponderebbe in giapponese al kanji usato per il concetto di “apprendere”(manabu).
La sua riflessione è che se non impariamo prima, non abbiamo nulla da proteggere poi, e che quindi lo stadio Shu non è quello del principiante assoluto ma quello di chi ha già appreso il Kihon e dedica i suoi sforzi alla protezione dello stesso, intesa come mantenimento della base imparata quando era principiante.
Il principiante assoluto secondo lui ancora non è nel cerchio di ShuHaRi.
Sembra una piccola differenza, una pignoleria o magari anche un'interpretazione forzata, ma effettivamente se il primo livello viene espresso con l'ideogramma di “proteggere” sembrerebbe necessaria l'esistenza di uno stadio precedente in cui si è appreso questo bagaglio al quale dedicare, per l'appunto nello stadio Shu, la nostra “protezione”, il mantenimento della forma minima.
Che cosa sia poi veramente necessario imparare in questa fase precedente a Shu, quali siano i Kihon, dipenderà dai diversi insegnanti, dalle diverse tradizioni e dai loro scopi ultimi. Per qualcuno sarà imparare a riconoscere alcune sensazioni praticando in maniera non preordinata anche in questa fase, per altri sarà invece la perfetta riproduzione e memorizzazione di alcuni schemi, kata o accorgimenti tecnici. Imparare un principio in una forma o isolandolo nella sua applicazione in tante forme diverse ogni volta è solo questione di didattica. Non è questo il problema.
La differenza tra imparare, proteggere, distruggere e abbandonare ogni schema non è perciò questione di cosa si pratica o con quale cadenza di gradi ed esami ma di come si vive la pratica stessa.
E' interessante comunque, o almeno per me lo è stato, ragionare sul fatto che possa potenzialmente esistere un ulteriore stadio, un gradino non più in alto, come di solito ci si aspetta dai gradini, ma ancora più in basso rispetto a quello dove magari credevamo di essere già saliti. Prima di chiederci se siamo nella fase Shu o nella fase Ha possiamo, secondo questa visione, domandarci se abbiamo davvero completato la fase dell'apprendimento e in cosa questa consista realmente, magari per evitare di lanciarci fin da subito in traballanti interpretazioni o inopportune eliminazioni.
ven
16
mar
2012
Se siete praticanti attivi non soltanto sul tatami, se non vi accontentate di ripetere a pappagallo quello che vi viene proposto ma avete interesse anche in tutto quello che sul tatami è difficile affrontare e che forse anche volendo il vostro insegnante non potrebbe darvi, vi siete sicuramente già incuriositi o avete già dovuto combattere con i piccoli misteri e le difficoltà della lingua giapponese.
Considerando che ricevo settimanalmente richieste per traduzioni di diplomi, scritte, lettere, conio di nomi e relativi ideogrammi eccetera deduco che siamo in tanti a dover fare i conti, per un motivo o per l'altro, con quella che i primi gesuiti di stanza in Giappone definivano "la lingua del diavolo". Visto che anch'io non sono un esperto linguista, ma soltanto uno dei tanti che trovandosi in un paese straniero deve fare i conti con la lingua del luogo, credo che possa risultare utile agli amici marzialisti che leggono queste pagine qualche link che ritengo fondamentale per affrontare l'argomento "lingua giapponese" sul web.
Comincio dal più immediato, che è l'equivalente dei piccoli traduttori elettronici portatili ma in versione sito internet, dove è possibile inserire le parole, i kanji o le frasi sia in giapponese che in inglese e trovarne gli equivalenti significati e ideogrammi. Non per niente Denshi Jisho significa dizionario elettronico ed è il nome che si usa per i piccoli apparecchi portatili ai quali accennavamo poco fa. Il link è il seguente: http://www.jisho.org/
Continuiamo con altre due risorse piuttosto famose ma che vale sempre la pena di segnalare, ossia Rikaichan e Rikaikun, che non sono altro che la stessa estensione nelle versioni per i browser Firefox e Chrome. Rikai significa "capire" nel senso di comprendere il significato di qualcosa e le desinenze chan e kun si utilizzano per persone amiche, bambini, animali di compagnia e altre situazioni dove il più formale "san" può essere sostituito "in leggerezza". Rikaichan e Rikaikun si installano come estensioni del browser e una volta attivati offrono la possibilità, passando semplicemente con il puntatore sugli ideogrammi presenti sullo schermo, di tradurre in inglese (e in hiragana o katakana, gli alfabeti sillabici giapponesi) i kanji che ci interessano.
Rikaichan per Firefox: https://addons.mozilla.org/it/firefox/addon/rikaichan/
Rikaikun per Google Chrome: https://chrome.google.com/webstore/detail/jipdnfibhldikgcjhfnomkfpcebammhp
Chi fosse già avanti con l'apprendimento della lingua potrebbe trovare utile questa pagina che è forse la migliore guida per sostenere il Japanese Proficiency Language Test (JLPT) e che è stata recentemente aggiornata al sistema che vede i diversi livelli divisi con la lettera N (come Nihongo Noryoku Shiken, immagino) e aumentati a 5 rispetto ai vecchi 4 Kyu. Attualmente arriva fino al livello N2 che è il penultimo ma decisamente difficile per chi ancora non padroneggia centinaia di Kanji e il linguaggio formale (come il sottoscritto). E' gestito con passione e senza scopo di lucro da uno studente come noi, e solo per questo bisognerebbe linkarlo. Ma è anche una risorsa fatta molto bene quindi eccovi il link: http://www.jlptstudy.net/
Infine, sempre dal punto di vista dei Gaijin (non sapete cosa sono? Correte subito al primo link!) c'è una pagina che è un grande classico e che fa quasi paura per la mole di documenti raccolti, la pagina di Jim Breen: http://www.csse.monash.edu.au/~jwb/japanese.html
Questi link potrebbero aiutarvi sia nelle semplici ricerche sul web che per eventuali approfondimenti riguardo la lingua giapponese. Chiaramente la rete offre centinaia di altri link validi e questa è soltanto la base ma spero possa tornare utile ai molti che credono nella necessità di passare, come dico spesso, dalla condizione di studenti a quella di studiosi.
mer
14
mar
2012
Come avevo anticipato in questo stesso post, ora editato per l'aggiornamento, lunedì scorso il Maestro è stato invitato presso l'Hamamatsu Foreign Resident Study Support Center per tenere una lezione introduttiva di Aikido agli studenti stranieri residenti a Hamamatsu, il tutto nell'ambito di un progetto dedicato all'introduzione di aspetti della cultura giapponese che non siano soltanto quelli linguistici.
Ho quindi accompagnato il Maestro in veste di uke e assistente tornando a vestire per l'occasione, trattandosi più genericamente di Aikido e non di Aikijuku, la vecchia divisa da yudansha.
In un'ampia stanza di questo grande centro culturale annesso ad una scuola elementare, senza tatami e a piedi nudi laddove tutti invece utilizzavano le scarpe, abbiamo steso una sorta di stuoia, posizionato lavagna e sedie e atteso l'arrivo dei 16 studenti di varie nazionalità che avevano prenotato la lezione.
Purtroppo per diversi motivi all'ultimo momento in molti non hanno potuto partecipare e il gruppo era meno nutrito di quello che avrebbe dovuto essere.
Un problema è stato quello linguistico, visto che buona parte dei partecipanti non è ancora in grado di capire il giapponese e il Maestro si era proposto di spiegare anche la filosofia di ciò che facciamo. Nonostante tutto la spiegazione è inziata dal significato dei Kanji che formano la parola Aikido seguiti da brevi esempi pratici, non senza qualche difficoltà di comprensione per chi non aveva qualcuno in grado di tradurre nella propria lingua. L'ora e mezza di lezione è trascorsa velocemente, in gran parte impiegata in esercizi mirati alla consapevolezza della propria postura, del respiro e delle rigidità inutili, con qualche applicazione pratica e un finale diviso tra un minimo di dimostrazione di varie tecniche e qualche suggerimento più orientato al Goshinjutsu, che sembrava essere per qualche ragazza una delle motivazioni della partecipazione a questo incontro.
Un'esperienza interessante almeno dal punto di vista della comunicazione non verbale, dove la parola è stata sostituita da tanta gestualità, aikidoistica e non.
Con un po' di stupore dei partecipanti, alla fine della lezione quando questi hanno chiesto dove si tenessero le lezioni, il Maestro non ha voluto dirlo chiaramente, glissando e proponendo che avrebbe dato gli estremi del Dojo alla segreteria in una prossima occasione e che avrebbero poi potuto chiedere in seguito.
Questo comportamento può sembrare senza senso dal momento che si accetta di partecipare ad una lezione per un "pubblico" di sconosciuti, ma in realtà, secondo quanto ho intuito del mio insegnante e quanto mi ha poi confermato tra le righe il giorno successivo, permette già una primissima selezione tra i potenziali nuovi studenti che, passata l'euforia del primo momento, dovranno fare ancora diversi piccoli passi per arrivare alla pratica sul tatami. Anche il Maestro mi ha ribadito che non ci sono chissà quali criteri per accettare gente nel suo Dojo, ma è importante far arrivare almeno gente motivata.
L'aneddotica e ancor di più la filmografia delle arti marziali ci hanno abituato a scene di maggiore impatto: aspiranti allievi che sostano per diversi giorni e in qualsiasi condizione climatica davanti al Dojo in attesa di essere accettati come discepoli, prove di combattimento o di abilità, gesti estremi di sottomissione all'insegnante eccetera....
D'altro canto però viviamo nell'epoca della sana e proficua condivisione tra praticanti, di divulgazione in varie occasioni non sempre legate al mondo delle arti marziali ma anche dei Dojo che insegnano arti segretissime ma che poi ne pubblicano i tutorial su Youtube, di inafferrabili guerrieri assassini che fanno le mailing list con gli indirizzi e gli orari delle lezioni e, come anche nel mio caso, anche di esperienze private condivise sui blog o sui social network.
Questo comportamento del mio insegnante non è facilmente collocabile in questi contesti e ha forse lasciato un po' di amaro in bocca ai partecipanti alla lezione, che già chiedevano addirittura anche di eventuali corsi per bambini, aspettandosi probabilmente almeno un volantino con orari e indirizzi.
Considerando però che il Maestro non si è fatto problemi ad insegnare a me possiamo senz'altro toglierci qualsiasi dubbio rispetto ad una durissima "selezione preventiva" che escluda ad esempio gli stranieri, i principianti o al contrario i praticanti di altre discipline!
Soltanto, e a me questa cosa piace in fondo, vorrebbe che chi entrasse nel nostro minuscolo gruppo lo facesse con l'intenzione di rimanere per un po', perchè la strada è molto lunga, come sto imparando sulla mia pelle.
Speriamo che il messaggio subliminale sia stato recepito se non dalla sconcertata organizzatrice almeno da qualcuno dei partecipanti a questa atipica introduzione!
Vi lascio qualche foto, non molte veramente, di alcuni momenti della lezione.
sab
03
mar
2012
Torno per una volta all'utilizzo del Blog come vero e proprio diario sulla pratica personale, perchè il prossimo mese il nostro Dojo compie un anno ed è forse l'occasione giusta per fare alcune riflessioni.
Questo di Marzo è quindi il dodicesimo mese, il dodicesimo timbro sulla busta con la quale noi allievi diamo il nostro piccolo contributo mensile per l'affitto degli spazi (l'unica attività "burocratica" del nostro gruppo).
Un anno passato velocemente, senza eccessivo clamore, senza passaggi di grado, pubblicità, associazioni o ricerca di visibilità sul territorio. Abbiamo fatto qualche dimostrazione quando invitati, accolto nel Dojo le persone interessate e anche quelle scettiche, ma non c'è stata nessun'altra attività che non fosse il recarsi regolarmente a lezione e provare a migliorarsi un po'. Questo stesso blog non sarebbe esistito se il suo pubblico fosse stato giapponese, perchè non avrei voluto offrire agli eventuali nuovi membri un'immagine magari errata di quello che il Maestro sta cercando di insegnare a noi pochi allievi. Anche lui, che sa del blog, dice spesso che finchè lo leggono solo in Italia non c'è problema, ma si raccomanda di non fare troppo clamore o pubblicità qui in Giappone.
Per me è stato un anno pieno di momenti difficili ma al tempo stesso preziosi. Un anno fatto di tante lezioni alla fine delle quali spesso sono tornato a casa triste e insoddisfatto del mio livello, ma anche di qualche rara occasione in cui mi sono sentito quasi vicino alla soluzione degli enigmi che quasi non mi lasciano letteralmente dormire la notte...salvo poi dover rivedere tutto già dall'allenamento successivo, guadagnando così nuove ore di insonnia.
Mentre il precedente Dojo, smembrato ormai in diversi gruppi ha visto uno di questi costituirsi come nuova realtà Aikikai nella nostra città (con tanto di gradi Dan in omaggio ai suoi promotori!), da noi non si è mai parlato di riconoscimenti, esami o affiliazioni con qualche associazione grande o piccola, nonostante la possibilità di avere anche subito "alcuni riconoscimenti" ci sia, come ho saputo soltanto di recente.
Quella di non formalizzare l'aspetto dei gradi è probabilmente la soluzione migliore per noi, anche per tenere alla larga le persone interessate solo agli aspetti superficiali della pratica e mantenere invece soltanto quei pochi che sono interessati a ben altro, o che possono sopravvivere senza le cinture colorate. Non siamo quindi neanche nella condizione “della volpe e dell'uva”, del “vorrei ma non posso” ma semplicemente aspiriamo ad altro.
Dall'inizio di Gennaio ho deciso quindi di indossare nuovamente la cintura bianca quando mi trovo con il mio Maestro, per potermi inoltre liberare anche simbolicamente di alcuni aspetti che stavano frenando la mia crescita, senza contare l'imbarazzo provato a vestire nel suo stesso modo e non riuscire a fare un decimo di quello che fa lui. In ogni caso non pratichiamo esattamente Aikido (ne' Daito Ryu, come qualche volta è stato travisato probabilmente per colpa mia), quindi indossare la cintura nera in quel Dojo sarebbe ormai privo di senso, così come se fossi una cintura nera di Karate o Judo che va a studiare altro, insomma.
Al momento, per quanto devo ammettere che non sempre mi sento a mio agio nella nuova veste che mi sono auto-imposto, sono così preso dal voler capire certi meccanismi che non riesco a pensare ad altro e non mi rendo conto, al contrario, di come in passato abbia potuto ritenere che un mondo così profondo e al tempo stesso vasto come quello dell'Aiki potesse essere rappresentato anche in minima parte nei suoi infiniti livelli, da gradi e diplomi di qualsiasi genere. Un mondo effettivamente spiraliforme e che non ha un unico senso di scorrimento. Difficile, anzi impossibile fermarne un punto e dargli un valore assoluto.
L'abbandono spontaneo e inizialmente sofferto del grado, del simbolo della cintura nera tanto agognata in passato, ha sortito un effetto inaspettato che vale da solo il gesto stesso: le grandi risate del Maestro ogni volta che parliamo di quando la gente mi chiede, a fronte di questi anni trascorsi in Giappone e dopo molti altri dedicati alla pratica anche in Italia, quale grado Dan ho raggiunto e rispondo... “la cintura bianca”. Ormai il Maestro non perde occasione per raccontare questa storia anche agli altri, che alla fine un po' ridono e un po' , da bravi giapponesi, sembrano chiedersi come mai questo strano Gaijin non abbia seguito il normale iter che ci si aspetterebbe a maggior ragione da un residente, accumulando quei Dan che alcuni ottengono anche con viaggi di pochi giorni. Ammetto comunque che non è stata una scelta fin dall'inizio e che, ritrovandomi in certe circostanze, i vantaggi di essere un "praticante non meglio identificato" li ho scoperti e apprezzati nel tempo, anche grazie al fatto di ritrovarmi essenzialmente da solo, senza allievi ne' amici praticanti vicino, stando "fuori dal circuito" insomma.
Per fortuna in questo anno sono state tante le occasioni per allenarmi anche da solo con il Maestro, forse la maggior parte a pensarci bene, potendo così ricevere anche qualche piccolo “consiglio riservato”, cosa che ai tempi in cui frequentavo le sue lezioni presso l'altro Dojo, avveniva raramente. Nelle occasioni in cui ho avuto modo di allenarmi con altre persone invece, compresi gli incontri in Italia lo scorso Ottobre, la parte forse più utile e ispiratrice è stata la libertà di poter sempre fare il massimo della resistenza come Uke e l'assoluta mancanza di indottrinamento del partner quando ci si trova nel ruolo di Tori. Sono affiorate così anche tutte quelle fasi che erano artificiali, convenzionali, liturgiche, senza le quali c'è il “rischio” di scoprire di non essere mai stati in grado di concludere una tecnica senza utlizzare stratagemmi, velocità, forza fisica o senza causare del dolore. Capaci di vincere l'altro forse, ma incapaci di averne un controllo totale perchè forse non si è mai controllato il proprio essere lasciandolo, paradossalmente, libero. Ad onor del vero anche gli altri Maestri che ho avuto affermavano, ovviamente, le stesse cose ma probabilmente per me non era il momento giusto per comprenderne il messaggio più intimo.
Il bello di tutte queste riflessioni è che non corrispondono ancora ad un importante avanzamento tecnico, almeno non nella misura in cui vorrei avvenisse questo cambiamento. Ma va bene anche così, devo solo tornare a non pormi il problema, come venti anni fa.
Un anno passato quindi a scoprire principalmente le cose che non so fare, i limiti del mio corpo legati ai limiti del mio pensiero. Un anno in cui per la prima volta ho potuto dare finalmente un senso tangibile alla famosa storia dello svuotare la propria tazza prima di poterla riempire nuovamente.
mer
29
feb
2012
Nell'estate del 2001 due ragazzi che non avevano molta esperienza di viaggi fuori dall'Italia decisero, come molti prima e dopo di loro, di raggiungere a qualsiasi costo il Giappone, sia per visitare il paese che per allenarsi presso l'Aikikai Honbu Dojo di Tokyo. Nonostante fossero già iniziati gli anni duemila le informazioni in loro possesso non erano tantissime, internet non era forse versatile come oggi e ci si basava più su frammenti di esperienze altrui che su dati attendibili.
Certo non erano i tempi degli aikidoka del dopoguerra e neanche il viaggio fu alla stregua dell'avventura del Maestro Tissier, che pare raggiunse il Giappone viaggiando sulla transiberiana (nonostante fossero già gli anni settanta!), ma in proporzione anche quella che racconteremo qui fu una discreta avventura. Sicuramente essere in possesso di maggiori informazioni avrebbe evitato diversi piccoli errori e facilitato di gran lunga le cose ed è per questo potrebbe risultare utile per qualcuno leggere qualche aneddoto su quel viaggio.
Prima di tutto per i due protagonisti della nostra storia, il periodo di soggiorno avrebbe potuto durare anche all'infinito considerando che avevano in qualche modo sistemato, o lasciato in sospeso, le situazioni che li legavano alla loro quotidianità in Italia ed erano prontissimi, o almeno credevano, anche a cambiare radicalmente stile di vita. Comprarono quindi un biglietto “aperto”, ossia un biglietto dove la data di ritorno poteva essere spostata fino ad un massimo di sei mesi dalla data di sbarco in Giappone. Nella loro inesperienza credevano che una volta arrivati a Tokyo, nel caso in cui avessero trovato il modo di mantenersi una volta finito il budget, avrebbero potuto rimandare il ritorno in Italia e fermarsi così anche fino all'anno successivo.
Niente di più sbagliato, in quanto il Visto di entrata in Giappone non può essere convertito sul posto, quindi entrando con il Visto turistico valido tre mesi, anche nell'eventualità in cui avessero trovato lavoro alle dipendenze dell'Imperatore stesso, sarebbero dovuti uscire dal Giappone e rientrare nuovamente con un diverso Visto lavorativo, di studio o per contratto matrimonio con una cittadina giapponese. Anche quest'ultima possibilità, all'epoca per nulla disdegnata e forse un po' auspicata, non avrebbe dato dirittto quindi ad un cambio di Visto una volta arrivati in Giappone.
Morale: puoi recarti in Giappone per studiare le arti marziali per un massimo di tre mesi, a meno che tu non parta già con un diverso Visto turistico relativo ad una situazione in cui un coniuge, una ditta o una scuola non garantiscano per te e abbiano avviato le pratiche per farti ricevere un Visto dall'Ambasciata giapponese prima della partenza.
Secondo punto. Non si può partire senza avere le idee chiare sul dove alloggiare. Per quanto si ritenga un paese il paese dei propri sogni e si sia disposti anche a dormire per strada, questo non è ne' consigliabile ne', nel caso specifico del Giappone, all'atto pratico fattibile. Cominciando dalle basi, è necessario almeno fare una prenotazione in un albergo, ostello o quant'altro nel caso in cui non siamo ospiti di qualcuno che ci sta aspettando e ci ha già fornito l'indirizzo di dove andremo a vivere. Perchè all'immigrazione ovviamente ti chiedono quanto tempo ti fermerai e dove hai intenzione di andare, anzi dovresti già averlo scritto sulla cartolina che la hostess, senza troppe spiegazioni, ti ha già elargito a bordo e, teoricamente ma poi anche all'atto pratico, la mancata risposta può comportare addirittura l'immediato ritorno a casa.
Non ve la caverete, come non se la cavarono loro, con un generico “fammi uscire poi trovo un albergo” o con qualche farfugliamento tipo “ho visto su internet il sito delle Gaijin house, pensavo di andare lì”. Questo tipo di affermazione potrà magari suscitare una bella risata ma non basterà a farvi passare quel benedetto gabbiotto (certamente vedere due funzionari che escono dalle rispettive postazioni e parlando e ridendo tra loro in giapponese vi prendono in giro, ripetendo “gaijin house” - casa per stranieri n.d.r. - può rimanere un aneddoto divertente nel caso in cui il passo successivo non sia il rimpatrio immediato...).
Se non avete quindi prenotato in qualche posto o non avete un indirizzo da indicare sulla cartolina dell'immigrazione, sperate di aver portato con voi la copia di quel fax con il quale chiedevate informazioni ad un ostello della gioventù e di averla riposta nel bagaglio a mano. Una volta pare che abbia funzionato, impedendo a due giovani aikidoka di tornarsene a casa con la coda tra le gambe.
Il terzo punto, quello che nel 99% dei casi impedisce a tanti degli appassionati di arti marziali di intraprendere questo tipo di viaggio, è purtroppo quello economico. Viaggiare costa, si sa, e fermarsi a lungo in un paese straniero dove non si conosce la lingua e non si sa come ottimizzare le spese, per di più senza lavorare, costa veramente troppo.
E' facile quindi ritrovarsi fin da subito senza denaro, o con meno di quello previsto specialmente se, come abbiamo visto, non abbiamo già prenotato un albergo e non abbiamo fatto un planning serio delle spese di soggiorno. Fermarsi però diverse settimane in albergo è difficile, costoso e obbliga a mangiare praticamente sempre fuori, cosa che unita all'intenzione di frequentare assiduamente le lezioni di Aikido (sì, stavamo parlando di Aikido fondamentalmente!) risulterebbe difficile sia dal punto di vista economico che per quanto riguarda i ritmi tra alimentazione corretta e allenamenti.
Se l'intento è quello di fermarsi un mese o più ci si può rivolgere alle ditte specializzate che affittano appartamenti, spesso nei casi più abbordabili in condivisione con altri stranieri, ma che vogliono prima di tutto un deposito che potrebbe essere quasi equivalente a quel denaro che pensavate di utilizzare per pasti, spostamenti e lezioni. Il deposito vi verrà restituito l'ultimo giorno rendendovi improvvisamente ricchi dopo settimane di stenti ma senza il tempo necessario per impiegarlo al meglio dovendo scegliere tra una notte di bagordi dopo tanta austerità marziale o magari acquistare quell'Hakama in Aizome che desideravate tanto fin dal primo giorno che avete messo piede all'Honbu (e vi siete chiesti cos'erano quelle strisciature blu sul suo bianco tatami...).
Risolto il problema casa, o almeno trovato qualcuno disponibile ad affittare qualcosa che avesse almeno un pavimento, un tetto e dei servizi minimi, i due ragazzi della storia dovettero fare i conti anche con la questione spostamenti. Torniamo quindi a parlare di soldi, perchè avendo come obbiettivo l'Honbu Dojo e contando di recarsi a lezione almeno tre giorni su sette, bisogna fare per forza i conti anche con i costi dei treni, che a Tokyo sono tanto efficienti quanto cari.
L'Aikikai Honbu Dojo ha sede nel quartiere di Shinjuku che è decisamente centrale e ricco di vie di accesso. Se pensate però di uscire dalla stazione di Shinjuku, da una delle sue innumerevoli uscite, e trovare facilmente l'Honbu Dojo vi sbagliate di grosso. Un po' come si sbagliavano loro. Perchè se nominalmente l'Honbu è a Shinjuku, nella realtà dei fatti si trova nella zona di Wakamatsu, ossia ben incastrato in quello che è considerato il quartiere coreano di Tokyo.
Sul sito web dell'Honbu Dojo, che in versione più grezza era comunque presente anche all'epoca, ci sono le indicazioni per raggiungere l'Honbu Dojo agevolmente anche se i tempi indicati fanno sembrare tutto a ridosso della stazione. Non è proprio così e cambiare treno o prendere l'autobus ovviamente comporta una spesa forse sostenibile per pochi giorni ma che alla lunga, specialmente quando si è rimasti praticamente senza soldi fin dal primo giorno, può diventare incisiva.
Se il vostro alloggio che siamo sicuri avrete già prenotato, individuato e pagato, è nei pressi del Dojo, di una delle stazioni vicine e collegato da una linea di treni della stessa compagnia o se non avete problemi di denaro, quanto segue potrebbe non interessarvi.
In caso contrario, sappiamo che i due protagonisti della storia, in un raro momento di lucidità, decisero di chiedere all'agenzia che affittava gli appartamenti una sistemazione nei pressi della linea di treni Yamanote, sistemazione che coniuga bene sia la necessità di recarsi agli allenamenti che gli spostamenti più “turistici”.
La Yamanote è una linea della Japan Railways quasi perfettamente circolare, una sorta di raccordo che tocca tutte le maggiori stazioni tra quelle più ambite da un turista in visita a Tokyo e che ha, oltre al notevole vantaggio di non permettervi di perdervi nell'intricata rete ferroviara della capitale, anche la necessaria semplicità per farvi capire fin da subito dove volete andare e quanto vi costerà il viaggio secondo la fermata in cui scenderete, senza quindi dover cambiare treno e ritrovarvi di nuovo bloccati ad un gabbiotto (ancora!) perchè non abbiamo comprato il biglietto con il giusto importo per quella tratta. Cercando di utilizzare soltanto la Yamanote per tutto il soggiorno e armandosi di tanta voglia di scarpinare, si possono risparmiare piccole cifre che alla lunga diventano importanti, specialmente quando vi ritroverete con il vostro compagno di stanza a cenare con un pacco di biscotti contandoli uno ad uno per dividerli in parti uguali.
La Yamanote però non ha una fermata vicino all'Honbu Dojo ed è necessario quindi adottare il seguente percorso alternativo che all'epoca non era neanche accennato nelle indicazioni del sito dell'Aikikai: una volta saliti su un treno della linea Yamanote, magari nella direzione in cui ci sono meno fermate fino alla destinazione visto che è circolare, scendete alla fermata Shin-Okubo, che sulla mappa vi sembrerà probabilmente quasi attaccata all'Honbu Dojo (che dichiara 20minuti a piedi dalla stazione), e una volta usciti in strada dall'unica uscita possibile, dirigetevi alla vostra destra passando sotto al ponte. Appena passato il ponte svoltate ancora a destra. Vi ritroverete in una strada costeggiata da palazzi grigi, lamiere grigie, parcheggi grigi, treni grigi e spesso gente un po'... grigia. La tipica strada che se non si trovasse a Tokyo evitereste come la peste se non avete voglia di trovarvi nei guai ma che, nel caso particolare, non è altro che una strada bruttina e poco frequentata. Alla fine di questa strada, quando penserete di aver già scarpinato un bel po' e starete maledicendo questo articolo, vi troverete su un grosso stradone, con una marea di macchine, bici e persone e alla destra i grattacieli di Shinjuku “quella vera”. Svoltate nuovamente a sinistra e proseguite dritti, mantenendovi quindi sul marciapiede di sinistra. State entrando nel quartiere coreano e ve ne accorgerete perchè pian piano i negozi cambieranno essenzialmente in tre tipologie: cucina coreana, alimentari coreani e vendita di gadget di cantanti e attori... coreani! Questa strada è il pezzo più lungo che dovrete fare e vi porterà via almeno una ventina di minuti per un totale di circa trenta dalla stazione al Dojo, specialmente se siete in piena, umidissima estate.
A un certo punto, quando tutto ricomincerà a riprendere i toni del Giappone e il dubbio di aver sbagliato aereoplano ed essere scesi a Seoul smetterà di assillarvi, dovrete svoltare a sinistra. Questo “certo punto” dovrebbe essere, per i praticanti di Aikido, facilmente riconoscibile in quanto su una colonna di cemento che fa da angolo ad un palazzetto, ci sono in bella vista nero su bianco gli ideogrammi di Aikido (e altri che dicono Aikikai Honbu Dojo, ma ci bastano quelli di Aikido). Se non avete ancora adocchiato e seguito qualcuno che sta camminando per quella strada già vestito con il keikogi, svoltate quindi a sinistra della colonna e camminate dritto per un paio di minuti.
Alla vostra sinistra si erge il famoso Aikikai Honbu Dojo, che se non fosse per l'insegna di legno e per i tanti praticanti che entrano ed escono sembrerebbe uno dei tanti uffici che avete incrociato fino a qui, e al suo fianco la casa dove vive il Doshu Ueshiba Moriteru con la sua famiglia.
Adesso, come i ragazzi che ci hanno portato qui, fatevi coraggio ed entrate.
-continua-
gio
23
feb
2012
Un oggetto di uso comune nel Giappone feudale, e poi anche in epoca più recente, che si poteva efficacemente utilizzare anche per questioni di difesa personale, è senz'altro il Kiseru, ossia la più o meno lunga pipa giapponese utilizzata sia dagli uomini che dalle donne per fumare diversi tipi di erbe essiccate.
Anche qui vale lo stesso discorso fatto in precedenza per gli Yatate, ossia che il confine tra oggetto di uso quotidiano e oggetto per difendersi, ma anche tra antiquariato e fanta-antiquariato, è veramente sottile.
Oggi come oggi in Giappone ci sono ancora alcuni utilizzatori di Kiseru e di conseguenza ancora qualche artigiano che li produce, ma questo è dovuto più che altro alla richiesta di oggetti con determinate caratteristiche personalizzate piuttosto che alla difficoltà di reperire pezzi antichi che sono ancora reperibili grazie alla larga diffusione che hanno avuto nei secoli scorsi.
Ieri come oggi il Kiseru non è mai stato un oggetto dozzinale, con un'unica forma o tipologia di decorazioni uguale per tutti, ma al contrario un oggetto che poteva e doveva trasmettere, in modo artificiosamente involontario durante l'atto del fumare, diverse informazioni sul suo propretario agli osservatori. Di più, le preferenze riguardavano non soltanto l'estetica ma anche altri particolari come la forma e la grandezza della parte che andava a contatto con le labbra o, molto spesso, anche tra i denti di chi amava “rosicchiare” la sua estremita. Generalmente infatti il Kiseru era composto da un braciere, da un lungo cilindro cavo solitamente fatto di bambù e dal bocchino. A parte quindi il cilindro gli altri due pezzi erano sempre realizzati con diversi tipi di metalli più o meno preziosi e decorati con incisioni o applicazioni di altri materiali preziosi. Alcuni Kiseru presentavano invece l'intero corpo in metallo, come vedremo più avanti.
Per quanto molti Kiseru meriterebbero pagine e pagine di descrizioni minuziose sui particolari e sulle tecniche di costruzione, l'argomento di questo articolo è l'utilizzo degli stessi come oggetti per proteggere la propria incolumità o, in alcuni casi, per attentare a quella altrui.
I primi Kiseru che sembrano avere queste caratteristiche, forse più facili da realizzare e di sicura efficacia sono come nel caso degli Yatate quelli che ospitano all'interno delle lame o dei punteruoli. Facile quindi togliere una delle parti del Kiseru per scoprire la parte acuminata o affilata, trovandosi quindi tra le mani una sorta di piccola lancia. A mio avviso però questi sono i Kiseru meno interessanti dal punto di vista strettamente marziale, e forse anche quelli più facilmente modificabili a posteriori, in parole povere più facilmente falsificabili. In questi casi è d'obbligo considerare la coerenza tra le forme ed i materiali utilizzati per il Kiseru e quelli dell'eventuale arma inserita al suo interno.
Più interessanti invece sembrano essere alcuni Kiseru di grandi dimensioni e materiali particolari. C'è da dire prima di tutto che non tutti i Kiseru di grandi dimensioni nascono per la difesa personale ma anzi nella maggior parte dei casi sono soltanto un'ostentazione di denaro e quindi di rango, magari per essere portati alla cintura al posto di una spada a causa di qualche divieto inerente la casta di appartenenza o il periodo storico, sacrificando anche la comodità di avere un oggetto più leggero e facilmente utilizzabile per i suoi scopi originari. Ci sono però alcuni Kiseru che lasciano pochi dubbi in merito. Mi è capitato ad esempio di parlare con un antiquario che mi ha mostrato un, ahimè, costosissimo Kiseru interamente ricoperto di oro e argento, lungo oltre una trentina di centimetri e largo in alcuni punti anche quattro centimetri. E come se le dimensioni e i materiali importanti non bastassero a stupire, l'intero corpo del Kiseru aveva le forme sagomate di diversi organi genitali sia maschili che femminili...un Kiseru pornografico, insomma! L'antiquario mi ha però spiegato che si trattava di un tipo di Kiseru volutamente provocatorio in quanto appartenuto, a suo dire, a qualche Yakuza del passato, probabilmente di epoca tardo Edo-Meiji (leggermente diverso dall'immagine della Yakuza odierna, ma magari ne parleremo un'altra volta) che forte del suo status poteva permettersi di suscitare volontariamente scalpore sapendo che nessuno avrebbe commentato lo strano oggetto, pena un'immediata ritorsione attuata magari proprio con il Kiseru stesso, che per peso e dimensioni ben si prestava a diventare un'ottima arma impropria!
Fanta-antiquariato? In parte ammetto di averci pensato, ma qualche tempo dopo, recandomi al Museo di Kakegawa dove si svolgeva una mostra su alcuni pregiatissimi Kiseru, ho trovato esposti alcuni pezzi molto simili per pesi e dimensioni (ma non per le decorazioni!) che riportavano più o meno lo stesso tipo di spiegazioni. Oltre a questi oggetti erano state esposte anche due stampe d'epoca che ritraevano due diverse situazioni in cui due personaggi si apprestavano ad affrontare una rissa armati proprio dei loro grandi Kiseru in ferro. Mentre uno dei personaggi raffigurati era più o meno abbigliato da Bushi e si trovava nella tipica posizione conosciuta come Hanmi, che viene comunque spesso utilizzata anche per raffigurare gli attori del Kabuki, e con il Kiseru nella mano destra leggermente spostata verso il retro, l'altro personaggio si trovava in una situazione meno “formale”, ossia in una stanza dove, a giudicare dagli oggetti, probabilmente si giocava d'azzardo e la posizione era decisamente più scomposta, così come il suo abbigliamento.
Sono diverse poi le fonti abbastanza attendibili che riportano su riviste e libri giapponesi l'utilizzo del Kiseru come arma oltre che come pipa.
Addirittura sul blog di un collezionista giapponese mi è capitato di vedere, oltre ad alcuni pezzi veramente impressionanti come proporzioni, addirittura un Kiseru che aveva nel mezzo il tipico gancio del Jitte, ma purtroppo la foto è veramente minuscola e in questi casi senza toccare con mano si capisce veramente poco.
Vorrei comunque sottolineare anche questa volta che non stiamo parlando di armi in dotazione a chi poteva permettersi ben altri attrezzi specifici, ma di espedienti per occultare un'arma o per rendere tale un oggetto che si poteva portare liberamente con sé, da trasformare in estrema risorsa all'occorrenza.
Quanto poi queste venissero utilizzate “con arte” credo non si possa dimostrare. Anche se per altri oggetti, che magari vedremo in un prossimo articolo, i dubbi sui loro proprietari e sulle loro abilità sono sicuramente di meno.
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Le foto dei Kiseru sono state gentilmente messe a disposizione da Sakura Matsuri
mar
14
feb
2012
In tutto il mondo e in tutte le epoche a fianco delle armi propriamente dette, create ed evolutesi con lo scopo esclusivo di ferire e uccidere, si è sviluppata parallelamente una sottocultura relativa alle armi improvvisate e alla combinazione tra oggetti di uso quotidiano e armi nascoste.
Quelle che vorrei illustrare in questi articoli sono soltanto alcune delle armi non convenzionali utilizzate nella storia del Giappone feudale e delle quali forse si parla di meno sia a causa delle poche testimonianze documentabili che per il fatto di non essere mai state incluse formalmente in nessuna delle tradizioni maggiori.
Avendo un discreto interesse per l'antiquariato giapponese, girando per antiquari ho potuto constatare che alcune delle credenze a proposito dell'utilizzo “marziale” di alcuni oggetti sono testimoniate prima ancora che da documenti o da tecniche tramandate dalle scuole, dagli oggetti stessi e dalle loro caratteristiche.
Vorrei cominciare parlando quindi dello Yatate, un oggetto forse poco conosciuto in occidente che non nasce assolutamente come arma ma che, come vedremo più avanti, è stato utilizzato anche con questa funzione.
Lo Yatate è fondamentalmente la versione portatile del set per la calligrafia orientale. Il suo nome, che possiamo tradurre con un po' di approssimazione come “porta frecce” deriva dall'usanza di molti guerrieri di tenere le basi per sciogliere l'inchiostro, e forse anche i pennelli, in uno scomparto delle faretre. Fondamentalmente possiamo definire Yatate ogni astuccio portatile che contenga un pennello e l'inchiostro necessari per poter scrivere agilmente in qualsiasi posto ci si trovi. Non un'esclusiva dei Samurai quindi ma anche e soprattutto un oggetto utile ad artigiani, mercanti, scrittori e a chiunque avesse la necessità di scrivere o disegnare fuori dalla propria dimora o posto di lavoro.
La forma più diffusa dello Yatate si è sviluppata nel periodo Kamakura ed è in tutte le sue varianti essenzialmente quella di un più o meno lungo fusto, inizialmente in legno e successivamente in materiali metallici, atto ad ospitare un pennello al suo interno, e di un recipiente detto “sumi tsubo” nel quale trova posto del cotone, o più raramente materiali dalle caratteristiche simili, intriso di inchiostro liquido. Tenendo la parte lunga nella mano sinistra, con il sumi tsubo aperto ed estraendo il pennello tenuto nella mano destra si poteva lavorare nello stesso modo in cui un pittore utilizza una tavolozza per i suoi colori. Nel periodo Edo questo sumi tsubo verrà poi spesso separato dal fusto e assicurato ad esso tramite cordoncini o catene, come un vero e proprio Netsuke. Attualmente le versioni più preziose di questa versione con le parti separate vengono attribuite principalmente a Samurai di alto rango.
In entrambe le versioni comunque lo Yatate veniva inserito nella cintura del Kimono, solitamente leggermente spostato verso la schiena, per avere sempre pronto oltre al pennello anche l'inchiostro senza alcun bisogno di scioglierlo con l'acqua sulla classica base di pietra.
Non un'arma quindi, ma prima di tutto un oggetto di uso quotidiano. Lo Yatate nella foto ad esempio è uno Yatate che ho acquistato diverso tempo fa. Mi piaceva per la sua semplicità e per la piccola testimonianza che riporta sul suo dorso, ossia un “righello” che al posto dei nostri centimetri è diviso nella tradizionale unità di misura nipponica detta Shaku. Uno Yatate forse non antichissimo, appartenuto probabilmente ad un semplice artigiano, non troppo grande (19cm sumi tsubo compreso), abbastanza robusto e con un piccolo “gadget” annesso.
A questo punto anche il lettore meno malizioso avrà già intuito almeno due possibili derivazioni marziali di questi oggetti, una legata all'utilizzo dello Yatate anche in funzione di eventuali forme e pesi superiori, l'altra relativa alla possibilità di celare all'interno di questi oggetti ulteriori strumenti atti all'offesa.
Cominciamo da quest'ultima possibilità proprio perchè la ritengo la più facilmente travisabile e all'inizio ci sono caduto anch'io. Alcuni Yatate ospitano al loro interno delle piccole lame che vengono spesso considerate armi nascoste. Se questo può essere vero nella misura in cui “tutto è un'arma nelle mani di chi la sa usare come tale”, è vero anche che nella maggior parte dei casi queste piccole lame non erano altro che dei tagliacarte, all'occorrenza usati anche per ridare la forma ai pennelli rovinati, che arricchivano lo Yatate di un ulteriore strumento utile in tutti i casi. Approfittando di questa “necessità” in alcuni Yatate sono stati inseriti anche “tagliacarte” decisamente “sospetti” per dimensioni o affilatura (ad esempio lo Yatate dell'ultima foto della gallery, tratta dalla collezione privata di A.Solinas), anche se a mio avviso il rischio di sconfinare nel “fanta-antiquariato” è sempre dietro l'angolo. Il dato di fatto è che comunque insieme ad uno Yatate chiunque poteva portare, più o meno consapevolmente, un oggetto molto simile ad un piccolo coltello.
Per quanto riguarda invece le dimensioni degli Yatate, ne esistono di piccoli e delicati, realizzati in legno o in materiali particolari come zucche o funghi essiccati che non permetterebbero altro che il loro utilizzo primario, ma anche e sopratuttto in metalli di diversi tipi e in tipologie che vanno dal piccolo e decorato Yatate, simile ad una delicata pipa, ad una spada, un ventaglio o uno shamisen fino a grossi e pesanti Yatate di 30-35 cm che lasciano pochi dubbi sul loro utilizzo, magari simile a quello di un Hanbo o di un Jitte nelle mani di un adepto del Bujutsu o di un grosso martello nelle mani della gente comune. Se il piccolo Yatate come quello della foto poteva quindi all'occorrenza colpire con la punta del manico o rafforzare un colpo, una presa o uno strangolamento, gli Yatate più grandi erano delle vere e proprie mazze da combattimento. Ovviamente il loro utilizzo marziale non era dovuto alla voglia di avere con sé un'arma che ospitasse un pennello e dell'inchiostro ma piuttosto a circostanze in cui non si poteva disporre di altri oggetti per la propria difesa, come brevemente possiamo ricordare ad esempio il divieto di portare armi per i non appartenenti alla classe guerriera, o il divieto anche per questi ultimi di portare le armi all'interno di molte case e palazzi.
Ecco quindi che in alcuni casi si sente parlare addirittura di Yatate Jutsu, termine che personalmente non condivido se utilizzato sottintendendo un preciso metodo di utilizzo degli Yatate, ma che potremmo utilizzare per comprendere tutte le varianti marziali legate a questi oggetti.
Mi è capitato di vedere anche Yatate molto grandi con il fusto divisibile che ospitavano al loro interno dei punteruoli, venduti come Yatate da difesa personale o Yatate utilizzati dai Ninja, sui quali però in alcuni casi ho avuto più di qualche dubbio riguardo la loro originalità.
Nessun dubbio invece per quanto riguarda forse l'apice dell'utilizzo degli Yatate come strumento di difesa personale a proposito di alcuni esemplari ospitati presso il Museo dello Yatate Tawara, ossia degli apparentemente normalissimi Yatate di dimensioni piuttosto contenute (21-22cm) che sono in realtà delle vere e proprie pistole con tanto di grilletto, capaci di sparare pallini infilati in quello che originariamente sarebbe il posto per il pennello, diventato quindi la canna della pistola, grazie alla polvere da sparo contenuta nel Sumi Tsubo! Trattandosi di più di un esemplare, possiamo dedurre che questi strani oggetti avessero senz'altro una buona percentuale di letalità.
A mio avviso lo Yatate, in tutte le sue varianti è comunque un oggetto interessantissimo di per sé, anche senza tirare in ballo la difesa personale. Vedere però come sia stato adattato anche per questo utilizzo può ampliare non tanto il bagaglio marziale dei moderni praticanti (pregando che non nascano mai corsi di Yatate Jutsu anche grazie a questo articolo!) quanto la percezione che abbiamo di un passato che fondamentalmente non ci appartiene e che rischiamo di identificare sempre e solo con le stesse immagini e nozioni a dispetto della sua varietà e profondità.
Altri oggetti più o meno conosciuti dello Yatate hanno avuto una simile sorte e ne parleremo in un prossimo articolo.
ven
03
feb
2012
L'occasione era ghiotta: accompagnare nella veste di interprete e guida il Maestro Tussardi e i suoi allievi presso lo Shinbukan Dojo di Narita, per incontrare il Maestro Otake Risuke e ricevere il permesso ad entrare ufficialmente nella scuola Tenshin Shoden Katori Shinto Ryu.
Avendo praticato per poco tempo questa scuola e conosciuto durante un seminario anche il compianto Hatakeyama Sensei, nutrivo una curiosità particolare verso il Maestro Otake, forse ben oltre quello che è il mio naturale interesse nei confronti di tutto quel che riguarda il Bujutsu.
Così, in una bella giornata di fine Gennaio sono partito da Hamamatsu alla volta di Tokyo dove ho incontrato il Maestro Tussardi e i suoi allievi Carlo, Guido e Gianpaolo, con i quali si è subito creato un bel clima informale e sereno. Abbiamo quindi proseguito insieme verso Narita cambiando un paio di treni locali praticamente vuoti e lasciandoci velocemente dietro il caos della metropoli.
Una volta a Narita, considerando che erano ancora le prime ore della mattinata e che gli allenamenti presso lo Shinbukan sarebbero inizati nel pomeriggio, abbiamo approfittato dell'occasione per goderci la zona turistica del famoso tempio buddista e delle decine di negozi tradizionali nelle stradine circostanti. Dopo la visita al tempio, qualche acquisto e qualche spuntino abbiamo quindi deciso che era ora di recarsi presso il Dojo. Dalla stazione di Narita quindi ci siamo mossi verso la zona del Dojo, non senza qualche contrattempo che ci ha visti affrontare più di un percorso con mezzi diversi, ritardando la nostra tabella di marcia ma chiarendo comunque alcuni punti fondamentali per quel che riguardava i mezzi di trasporto e come si sarebbero poi organizzati nei giorni successivi senza di me. Anche se non si tratta di niente di trascendentale, non racconterò nei dettagli di come abbiamo raggiunto il Dojo, perchè credo che anche questo faccia parte di quel pizzico di avventura e di necessità di “guadagnarsi” ciò che si sta cercando, ma vorrei passare direttamente al nostro arrivo presso lo Shinbukan.
Come accennato, il Dojo è veramente in mezzo al nulla, al punto che per un momento mi è sembrato che la casa dei nonni nel Kyushu, che è allo stesso modo quasi irraggiungibile ma dalla quale si vede almeno in lontananza una linea ferroviaria, avesse quasi perso il suo primato di casetta sperduta nelle campagne nipponiche!
Il Dojo, tra l'altro, è situato all'interno di un normalissimo cortile-giardino di una normalissima casa come ce ne sono ovunque, e se non fosse per una targa metallica che riporta una vecchia foto del Sensei con alcuni cenni storici sulla scuola e sul suo rappresentante, anche un arguto marzialista probabilmente non si accorgerebbe di essere a pochi metri da uno dei Dojo più famosi del mondo.
Ed entrando infatti la sensazione è ancora una volta quella di aver sbagliato posto: giardino, parcheggio, automobili, casa e una casetta più piccola in un angolo del terreno. Una signora che accoglie ospiti anziani arrivati un secondo prima di noi e che ci indirizza verso l'interno del cortile dove come se niente fosse sbuca fuori dalla casa più grande Otake sensei in persona e mi dice che ha degli ospiti, che se siamo lì per l'entrata nella scuola l'allenamento è iniziato e che intanto possiamo vedere la lezione, lui tra un'oretta avrà finito. Gli spiego che sono lì soltanto come interprete e che i miei compagni sono già praticanti (tramite Raini Sensei) e sono lì fondamentalmente per porgere il loro rispetto e chiedere l'ammissione alla scuola. Ci fa quindi accomodare nel Dojo, la casetta più piccola, a vedere il Keiko in corso e ci viene comunicato che appena sarà libero ci chiamerà lui.
Ci accomodiamo quindi in silenzio su alcuni cuscini portati per noi.
Il Dojo è piccolo e affollato. Dai video e dalle foto lo avevo capito, ma mi stupisce comunque per le sue dimensioni contenute che costringono un buon numero di allievi a sostare davanti all'entrata mentre un massimo di tre coppie praticano, alternandosi, i primi due Kata di Kenjutsu, il primo di Bojutsu e il primo di Naginata. Al Kamiza ci sono tre Kakejiku e tre spade e appoggiato alla parete riconosco Kyoso Sensei, il figlio di Otake Sensei e suo successore già designato. Kyoso Shigetoshi Sensei controlla l'allenamento e di tanto in tanto, a rotazione come tutti, fa la sua parte di Kata.
Ad un certo punto ci chiamano per raggiungere Otake Sensei dentro casa. La richiesta di entrare nella scuola è vincolata dal Keppan, una formalità che in passato era la norma in quasi tutte le scuole di Bujutsu ma che ormai sopravvive soltanto in pochissime e che prevede che chi viene accettato nella scuola sigilli il documento di accettazione con un'impronta digitale tinta del proprio sangue.
La stanza dove veniamo accolti sarebbe anche normale, così come ce ne sono in tutte le case tradizionali, se non fosse che nel Tokonoma sono ospitati veri e propri tesori che vanno dalle armature antiche a diverse lame antiche, fucili “Tanegashima” e tutto quello che normalmente vedrei a pagamento nelle sale di qualche Museo o esposizione.
Entro con molta cautela mentre il Sensei cerca dei cuscini per tutti per farci accomodare intorno al basso tavolino al centro della stanza. Il Maestro Tussardi aspetta che anch'io capisca cosa dobbiamo fare, se possono entrare tutti insieme o uno alla volta, e il posto che mi viene assegnato è, purtroppo, con le spalle a tutte le meraviglie che ho intravisto. Formalmente un posto d'onore e quindi esito per paura di non aver capito e di mettermi da bravo straniero ignorante nel posto meno adatto...ma Otake Sensei si dimostra molto meno formale di quel che avevo immaginato e ci invita a prendere posto tutti insieme, mentre traffica con i cuscini e tutto quello che gi servirà per il Keppan.
A questo punto devo necessariamente fare un ulteriore salto in avanti di qualche manciata di minuti, perchè forse è giusto che il Keppan, la sua modalità e quello che ci ha spiegato Otake Sensei non vengano divulgati da me che ero lì semplicemente come interprete. Niente di misterioso, soltanto un pizzico di rispetto per qualcosa che non mi riguarda direttamente.
Anche in questo frangente comunque Otake Sensei si è dimostrato una persona veramente alla mano cercando di mettere tutti a proprio agio. Vorrei dire che mi ricorda tanti nonni giapponesi conosciuti fino ad oggi ma nonostante sia molto forte anche questa sensazione non riesco a farla prevalere sul resto: Otake Sensei è prima ancora che un amabile vecchietto un uomo d'altri tempi, un Samurai che trasmette con lo sguardo e con il suo modo di fare una forza e una sicurezza particolari. Per quanto mi rendo conto che sia difficile da descrivere e capire, è come se sotto l'apparenza morbida si intravedesse una robusta struttura d'acciaio, e ciò non ha niente a che vedere con la forma fisica o con le capacità, oggi come oggi, di abbattere un nemico più giovane e prestante. Nulla in lui fa percepire un qualsiasi tipo di fragilità, un'apertura, un qualcosa che ti faccia pensare che a causa dell'età qualcosa sia andato perduto. Nel modo di parlare, di guardare le nostre facce, nel modo di spiegare e di scherzare o nelle veloci e impreviste intuizioni (come aver capito senza che nessuno l'avesse specificato che il “capo” del gruppo era il Maestro Tussardi e che nella bacheca con i nomi l'ordine delle tavolette avrebbe dovuto rispettare questa cosa) c'è qualcosa che ti fa pensare che avanzare con l'età, invecchiare per dirla semplicemente, può essere anche qualcosa di terribilmente prezioso e affascinante quando diventa il sunto di una vita dedicata all'autoperfezionamento.
Finito il momento del Keppan ci ha invitati di nuovo ad andare a vedere la lezione ancora in corso. Entrati nuovamente nel dojo mi è sembrato che il numero degli allievi fosse leggermente aumentato. Ma oltre a qualche faccia che non avevo notato prima, effettivamente adesso ce n'erano sicuramente quattro in più! Ed è stato reso subito evidente dal fatto che ormai l'unico ospite con il diritto a starsene seduto su un comodo cuscino ero io mentre gli altri, ormai ufficialmente membri della scuola, dovevano stare in piedi come tutti! A ben guardare però la posizione davvero invidiabile non era certo la mia!
Finito l'allenamento è arrivato nel Dojo anche Otake Sensei per il saluto finale. Ha così presentato ai senpai i nuovi “fratelli minori”, tra i quali c'era anche un ragazzo giapponese venuto addirittura da Kanazawa. Otake Sensei non si è lasciato sfuggire l'occasione per scherzare sul fatto che gli altri quattro venivano da un posto leggermente più lontano!
Sono iniziate così le pulizie di fine lezione e per non finire impolverato e risciacquato nel frenetico viavai degli studenti sono uscito fuori. Ormai il mio aiuto non serviva più e dal keiko successivo i miei amici, adesso dentro a confabulare in qualche modo con i loro nuovi compagni, avrebbero fatto tutto da soli.
Fuori ho avuto ancora occasione di scambiare qualche parola con Otake Sensei, questa volta da soli, preoccupato per il nostro ritorno a casa e piacevolmente stupito del fatto che i nostri eroi sarebbero poi venuti al Dojo ogni giorno da Tokyo. Quando mi ha gentilmente ringraziato chiedendomi praticamente “scusa” per avergli portato un regalo tipico di Hamamatsu, mi è sembrato che il mondo si stesse capovolgendo o che fossi dentro uno strano sogno. Cosa ci facevo lì in mezzo alle montagne, nel giardino al tramonto al cospetto di un pezzo di storia delle arti marziali dell'ultimo secolo che mi ringraziava per un dolcetto e che mi indicava la fermata dell'autobus più vicina?! Di tante cose che non avrei mai immaginato del mio cammino marziale, questa rischiava di essere una delle più inverosimili.
Salutato il Maestro che rientrava ormai dentro casa e mentre tutto intorno a noi iniziava a confondersi con i colori della sera, mi sono sentito finalmente soddisfatto, mormorando tra me e me che la missione era compiuta!
Ma molto più di me erano senz'altro felici i miei nuovi amici: se per me si chiudeva una piccola ma interessantissima esperienza, per loro tutto cominciava da questo momento! Nei giorni successivi sarebbero tornati al Dojo, avrebbero vissuto pienamente quelle atmosfere che io avevo soltanto intravisto e conosciuto meglio quel piccolo ma gigantesco uomo che è Otake Sensei.
Pensando a questo, molto più silenziosi e anche decisamente più stanchi rispetto all'andata, siamo lentamente tornati a Tokyo dove ci siamo salutati con la promessa di vederci presto.
In conclusione dal mio punto di vista è stata una fortuna che il Maestro Tussardi abbia richiesto la mia assistenza in quest'occasione. Non so come sarebbero andate le cose senza di me ma al tempo stesso credo che la loro determinazione nell'affrontare questo viaggio dall'Italia esclusivamente con questo scopo li avrebbe portati a realizzare comunque la loro “missione”. Sono però felice di aver contribuito almeno un po' e di aver ricevuto in cambio la loro amicizia e una giornata difficile da dimenticare. Spero che in futuro il Maestro Tussardi o qualcuno dei suoi allievi abbiano voglia e modo di raccontarci qualcosa di più su ciò che è accaduto in quei giorni. Almeno prima del prossimo viaggio in autunno che li vedrà ancora alla volta dello Shinbukan Dojo!
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Questi sono i link per le informazioni sulle attività del Maestro Tussardi e della Fudoshinkai.
gio
26
gen
2012
Questo testo è stato pubblicato inizialmente nel blog di informazioni turistiche "Nonsolotokyo". Visto l'interesse di molti praticanti per il lato culturale del Ninjutsu, indipendentemente dalla disciplina praticata, ho pensato di riproporlo anche qui. Le informazioni sono prettamente legate alla logistica quindi ho aggiunto un breve commento personale sul luogo e sulle sue attrazioni.
Nell`area detta Kansai, la stessa regione della piu` famosa Osaka, e più precisamente nella prefettura di Mie, sorge la citta` di Iga-Ueno, famosa per essere stata il luogo dove si sviluppò e operò una delle due maggiori scuole e famiglie di Ninja, complessa e misteriosa figura guerriera del Giappone feudale. Nel 2004 le città di Iga e Ueno si sono fuse adottando il nome di Iga-shi anche se l`abinamento dei due nomi per indicare la nuova città persiste anche in molte situazioni ufficiali quali indicazioni stradali e pubblicazioni.
Oltre che luogo storicamente importante per quel che riguarda i Ninja, Iga è anche la città natale di Matsuo Basho (1644 – November 28, 1694) il più importante poeta giapponese del genere Haiku
(brevi composizioni poetiche). A lui sono dedicati un museo (Basho Memorial Museum 117-13 Ueno Marunouchi, Iga City, Mie 518-8770, Japan HP http://www.ict.ne.jp/~basho-bp ) e diversi luoghi commemorativi anche nell`area circostante.
La figura dei Ninja sembra essere però l`attrattiva principale della città e riferimenti a questi personaggi si ritrovano ormai ovunque, in particolare in versioni edulcorate in stile cartone
animato. Non e` quindi difficile imbattersi in segnaletica stradale, tombini, costruzioni e addirittura treni completamente decorati con immagini di Ninja multcolore. Ad essi è praticamente
dedicato l`interno del Castello di Ueno risalente al tardo sedicesimo secolo e ricostruito in parte nel 1935. Il castello, decisamente imponente con le sue mura di circa 30 metri di altezza
(forse le piu` alte del Giappone) vale sicuramente una visita indipendentemente dall`interesse per i Ninja che comunque tra pezzi storici e manichini moderni, insieme ad armature e spade della
tradizione Samurai, arredano completamente le sale del castello.
Sempre ai Ninja, nel parco di Ueno (5-10 minuti a piedi verso nord dalla stazione di Ueno) e` stato dedicato un parco a tema ed un museo. Se il parco a tema è da considerarsi dedicato ai più
piccoli o comunque ad un certo turismo di massa, con i suoi spettacoli di combattimenti tra moderni Ninja e la riproduzione di una casa Ninja con tutti i suoi trabocchetti e nascondigli, il museo
invece incontra anche l`interesse degli adulti grazie al grande numero di reperti storici originali che vanno dalle armi al vestiario passando per gli attrezzi piu` particolari fino agli antichi
documenti che in passato erano considerati segreti.
Diversi ristoranti della città offrono poi pasti che si dice rientrino nella tradizione Ninja. Al di là della veridicità o meno di tale affermazione storico-culinaria, è da segnalare il tipico
Tofu ( “formaggio/pasta” di soia) alla piastra servito in alcuni locali direttamente in grossi spiedini molto gustosi. Essendo una città fuori dalla linea dello Shinkansen per arrivare a Iga-Ueno
dalle maggiori città giapponesi risulta molto utile questa pagina dove è possibile selezionare la città di provenienza per
avere tutte le informazioni necessarie compresa la mappa delle linee ferroviarie e dei bus (in inglese).
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A Iga mi ci hanno portato, sapendo della mia passione per il Bujutsu, durante un bel viaggio in cui era presente oltre alla mia famiglia anche un caro amico, praticante anch'egli. Forse la parte più interessante e inaspettata del viaggio fu scoprire che il nostro cicerone era un insospettabile appassionato di Ninja dal punto di vista storico, avido collezionista di pubblicazioni più o meno d'epoca, carte e mappe varie, nonchè decisamente esperto di castelli del medioevo nipponico.
Arrivati a ridosso del grande castello e dopo averlo visitato, il resto del posto in sè sembrava fare di tutto per cacciarci via, a cominciare dalle dimostrazioni di combattimenti tra Ninja, con tanto di suoni preregistrati di pugni e fendenti di spada, fino alle indolenti "ninjesse" che illustravano i segreti delle case Ninja, sparendo nelle botole o dietro pareti rotanti. Ancor di più, vedere qualche altro straniero veramente affascinato da tutto ciò e la paura di essere confusi per lo stesso genere di turista, ci faceva desiderare che il tutto finisse prima possibile. Fondamentalmente il parco sotto al castello ha più la forma di un parco giochi pensato per trascorrere la tipica domenica con tutta la famiglia che quella di un luogo di interesse storico-culturale.
Oltre al castello, che ha conservato gran parte della struttura e degli interni originali e ospita alcune armature e alcune armi d'epoca, fu interessante anche il museo annesso, con diversi reperti originali, dalle armi ai documenti fino al vestiario, che avrebbero meritato come minimo anche tutto il tempo speso a vedere il resto delle "attrazioni".
In conclusione forse, a meno che non ci si trovi in zona o non si ritenga il luogo come uno di quelli assolutamente da visitare nella vita, recarsi fino a Iga-Ueno potrebbe risultare deludente per molti, nel caso ci si aspettasse qualcosa di più profondo di quello che ho descritto qui, mentre se appunto il posto fosse facilmente raggiungibile o di strada per recarsi in qualche altro luogo più importante (noi ad esempio eravamo diretti, fondamentalmente, al santuario Shinto di Ise) allora saltando a piè pari dimostrazioni e casette ninja, il museo e il castello varrebbero sicuramente qualche ora di sosta. Da osservare, arrivando e andando via, la splendida natura circostante che tra ripide montagne e fitti boschi rende davvero difficile immaginare, ma al tempo stesso ne chiarisce le ragioni, come potesse ospitare i primi leggendari clan di questa misteriosa tradizione.
mer
25
gen
2012
Cover dell'edizione giapponese
Il libro Tomei na Chikara, tradotto anche in lingua inglese con il titolo Transparent Power, è un libro che racconta la vita e gli insegnamenti di Sagawa Yukiyoshi (3/7/1902-24/3/1998), Maestro di Daito Ryu Aikijujutsu allievo stretto di Takeda Sokaku, scritto e curato da Kimura Tatsuo, a sua volta l'allievo più vicino a Sagawa e uno dei tre allievi che hanno ricevuto l'insegnamento completo dello stile.
Pubblicato per la prima volta in Giappone nel 1995, Tomei na Chikara aveva lo scopo di provare a spiegare il concetto di Aiki e di come questo avesse cambiato la vita di Sagawa e di chi lo ha incontrato. Impresa da subito ritenuta quasi impossibile dall'autore stesso, che pur riconoscendo i limiti della scrittura nell'esprimere un concetto tanto misterioso quanto difficile da realizzare anche nella pratica, ha comunque deciso di rendere disponibili sia gli aneddoti sulla vita del suo Maestro che la raccolta dei suoi insegnamenti.
Il libro, che non è assolutamente un manuale tecnico, alterna quindi storie che riguardano la crescita marziale di Sagawa al fianco di Takeda Sokaku, degli incontri con i Maestri e i praticanti dell'epoca, delle sfide e delle difficoltà nel procedere nell'apprendimento dell'Aiki, agli insegnamenti e riflessioni di Sagawa stesso e della conseguente crescita marziale di Kimura come suo allievo e futuro erede dello stile.
Se da una parte la lettura ci proietta in un mondo, quello del Budo giapponese dei primi del novecento, spesso ritenuto nebuloso e solitamente riservato a pochi studiosi, chiarendo molte delle dinamiche che hanno portato alla diffusione del Daito Ryu e delle sue diverse correnti, dall'altra offre un punto di vista sul Budo, quello di Sagawa appunto, decisamente destabilizzante e fuori dai canoni ai quali siamo abituati ogni volta che leggiamo le parole di qualche grande Maestro.
Sagawa parla chiaramente di un Budo sofisticato e che non fa uso di forza fisica ma orientato esclusivamente al combattimento, senza alcuna implicazione filosofica o etica che possa frenare la ricerca di un'efficacia volta a battere qualsiasi avversario di qualsiasi forma di Budo. Non si preoccupa di apparire rude o poiticamente scorretto neanche quando parla delle altre forme di Budo, da lui ritenute inferiori perchè destinate a perdere in efficacia con l'invecchiamento dei suoi praticanti, a differenza del suo Daito Ryu che in quanto supportato dal “potere trasparente” dell'Aiki è destinato ad un continuo miglioramento nel tempo.
E i fatti sembrano dargli ragione, almeno stando a quanto riporta delle sue sfide con i Judoka dell'epoca o delle continue visite al suo Dojo da parte di alti gradi di altre discipline quali Kendo o Aikido. Se ciò non bastasse, la prova che viene offerta per fugare ogni dubbio è la sua capacità di continuare a battere chiunque abbia provato a bloccarlo o colpirlo fino all'ultimo giorno della sua vita, all'età di 95 anni.
Anche applicando una buona percentuale di scetticismo verso queste affermazioni, non si può fare a meno di prendere atto che la vita di Sagawa è stata sicuramente una vita fuori non soltanto dagli schemi della gente comune ma anche da quelli della maggior parte dei Budoka suoi contemporanei.
Sagawa sembra non temere smentite e con lui il suo discepolo Kimura. Anche quando si parla di Aikido, disciplina verso la quale pare sempre presente un malcelato disappunto, e del suo fondatore Ueshiba, ritenuto sia da Sagawa (che lo incontrò diverse volte e con il quale condivise anche un allenamento ai tempi in cui Ueshiba aveva già fondato la sua scuola), che da Kimura (che ne è stato anche allievo), incapace di applicare l'Aiki al livello in cui viene applicato nella loro scuola.
Posizioni opinabili sicuramente ma che per una volta scardinano le convenzioni alle quali ci hanno abituato altre pubblicazioni e che offrono senz'altro spunti di riflessione sui rapporti che intercorrevano tra i vari discepoli di Takeda e la visione dell'Aikido, e delle altre arti derivate, dal punto di vista di alcune scuole di Daito Ryu.
Interessante inoltre leggere, sempre a proposito di rottura dei luoghi comuni, come secondo Sagawa nel Daito Ryu non esista la pratica in Shikko o di come il Kiai durante la pratica delle tecniche a mani nude sia non solo inutile ma anche nocivo ad una corretta esecuzione. E poi di come sia necessario l'allenamento fisico, di come sia sopravvalutato l'allenamento nelle ukemi nonché valutazioni inaspettate sul livello del suo stesso Maestro.
Ma aneddoti e considerazioni personali a parte, il tema centrale del libro rimane l'Aiki, forza a quanto sembra sconosciuta nello stesso Aikido e sviluppata soltanto da pochi, che non ha niente a che fare con l'emanazione del Ki o con lo stesso Kinonagare aikidoistico ma che è a quanto pare una vera e propria tecnica basata su una precisa gestione del proprio corpo e sulla propria sensibilità che permetterebbe di proiettare qualsiasi avversario al solo contatto con qualsiasi parte del corpo. L'Aiki nella sua essenza viene descritto come “la capacità di impedire al proprio avversario l'utilizzo della forza”. Sagawa e Kimura cercano quindi di essere molto chiari a proposito del fatto che l'Aiki è qualcosa di tecnico che non ha nulla a che vedere con poteri magici e simili e che la sua particolarità è quella di agire su un livello che non viene preso in considerazione, come allenamento e quindi anche come possibilità di applicarlo poi, da nessun'altra arte marziale. Anzi, Sagawa arriva ad affermare di essere l'unico ad aver sviluppato l'Aiki a questo livello e che prima di Takeda questo concetto probabilmente non esisteva, ponendo Takeda come primo “sviluppatore” ed “utilizzatore” dell'Aiki e sé stesso come persona che ne ha approfondito ulteriormente le potenzialità. Kimura stesso, nonostante sia in linea di discendenza il più qualificato a poter parlare di Aiki, ammette di non aver raggiunto, né forse di poter mai raggiungere nella vita, il livello del suo Maestro.
Ad un certo punto il libro diventa forse un po' pesante e ridondante e le affermazioni di unicità e superiorità cominciano oltre che ad essere troppo frequenti anche in contraddizione con altri passaggi, dove si afferma invece la natura dell'Aiki alla pari di un seme che può crescere grazie al lavoro individuale fuori dagli schemi e dalle forme, mentre in altri casi si parla di pura intuizione e di possibilità di carpirne i segreti come lo stesso Sagawa è riuscito a fare sorpassando Takeda stesso. Di più, l'Aiki viene descritto come qualcosa che non va rivelato per poter continuare così a vincere i propri avversari e per non trovarsi nella situazione in cui "tutti possano applicare l'Aiki".
Quello su cui non transiggono gli autori, perchè alla fine Kimura “lascia scrivere” il libro più al suo Maestro limitandosi a commentare e chiarire alcuni aspetti, è la necessità di apprendere l'Aiki da qualcuno in grado di applicarlo in modo da poterne riconoscere le differenze e le peculiarità rispetto ad esempio alla forza fisica o ai principi del comune Jujutsu, qualcosa quindi che si possa/voglia trasmettere soltanto a pochi e soltanto in maniera protratta nel tempo. Appare evidente, secondo queste affermazioni, che l'Aiki sia qualcosa di estremamente tecnico che ben si adatta alla mentalità delle Koryu, fatta di livelli segreti e destinati ad essere trasmessi soltanto ad un numero ristretto di fedelissimi, pena l'utilizzo delle stesse "armi" da parte degli avversari.
Quello che emerge dalla lettura del libro è anche una volontà di lasciare l'argomento, se non nella teoria sicuramente nella pratica, appannaggio di pochi differenziandosi così dalla maggior parte delle altre forme di Budo, apertamente criticate per la loro grande espansione e per la conseguente difficoltà a mantenere un alto livello qualitativo.
Nel complesso è un libro che ogni praticante di Aikido o Aikijujutsu dovrebbe leggere, quanto meno per apprendere un diverso punto di vista su temi spesso riportati quasi in maniera completamente uniforme anche da diversi autori. Gli aneddoti sul periodo trascorso con Takeda o i contatti con i fondatori dell'Aikido o dell'Hakko Ryu così come le sfide con i Budoka dell'epoca sono realmente godibili e di grande interesse storico, mentre negli insegnamenti di Sagawa appaiono frequentemente veri e propri consigli sulla pratica che ogni Budoka troverà in qualche modo utili e stimolanti. E' un libro che, se preso con il giusto spirito, senza sposarne quindi la causa né al contrario con eccessivo pregiudizio, potrebbe piacere e far ricredere anche marzialisti moderni abituati ad una mentalità pratica e senza fronzoli, i quali potrebbero stupirsi di quanto il pensiero e l'arte di Sagawa siano, in qualche modo, estremamente all'avanguardia nelle metodiche e negli scopi.
L'edizione inglese, pubblicata nel 2009, raccoglie inoltre un maggior numero di foto, note e commenti da parte di Kimura nonché alcune interviste e testimonianze non presenti nell'edizione originale giapponese.
(Diversamente da quanto avviene normalmente su queste pagine, nel testo di questa recensione sono stati omessi intenzionalmente tutti i titoli onorifici dopo i nomi per facilitarne la lettura. Rimane inteso che nell'utilizzo dei soli cognomi dei Maestri non c'è alcuna intenzione di mancare di rispetto agli stessi)
Opinione personale in base alla mia pratica attuale.
Personalmente praticando da relativamente poco tempo un metodo che ha anche dei legami con il Daito Ryu attraverso un'altra linea di discendenza contemporanea però a quella di Sagawa sensei, ho ritrovato in questo libro moltissimo di quello che mi viene insegnato sia nella teoria che nella pratica e non ho potuto fare a meno di ritrovarmi pienamente anche nelle descrizioni di chi, a cominciare da Kimura sensei stesso, ricevendo l'Aiki si trova nella posizione di dover riconoscere l'esistenza di una modalità tecnica non presente nel resto delle arti marziali, ma anche al tempo stesso nella difficotà di capire come sia possibile applicarla in mancanza di una metodologia di insegnamento adeguata, che riesca a trasmettere qualcosa basato principalmente sul lavoro personale e non sugli schemi. Qualcosa quindi di frustrante e difficilissimo da cogliere ma che sposta lo studio su un livello veramente diverso da quello comune.
Non mi trovo, ovviamente, in tutta quella serie di affermazioni secondo le quali soltanto Sagawa sensei sia stato in grado di esprimere l'Aiki, sia per una questione di esperienza diretta che per una questione logica che ha alcuni riscontri proprio nelle parole di Sagawa stesso: l'Aiki è probabilmente un'intuizione di Takeda sensei e Sagawa sensei stesso ne ha appreso l'esistenza praticando con lui, ma ha dovuto poi svilupparlo nel tempo dedicando tutto sé stesso alla comprensione di questo “potere trasparente” e ampliandone le applicazioni. Allo stesso modo quindi ritengo plausibile che altri allievi di Takeda abbiano, seppur eventualmente in misura minore, potuto sviluppare il proprio Aiki ma che magari, per ragioni di tempo (Sagawa sensei ha cominciato da bambino ad allenarsi con Takeda e ha dedicato la sua vita al Budo fino all'ultimo giorno di vita), talento o perchè non ne hanno fatto l'elemento centrale della loro pratica, non sono riusciti magari a svilupparlo agli stessi livelli di Sagawa sensei.
Fosse quindi anche per un mero fatto di probabilità non mi sentirei di affermare questa esclusività ma non posso fare neanche a meno di riconoscere, per le stesse ragioni, che nel caso di Sagawa sensei sono intervenuti una serie di fattori che ne hanno fatto forse il più grande interprete dell'Aiki mai vissuto.
Mi sono invece ritrovato, mio malgrado, nelle critiche esposte alla pratica dell'Aikido, dovendo purtroppo ammettere che nella maggior parte dei casi le cose stanno proprio nel modo descritto dagli autori e che praticare Aikido non è sempre sinonimo di lavorare sull'Aiki, che gli uke vengono spesso invitati ad avere reazioni specifiche, che il numero di schemi e convenzioni è eccessivo e prende la maggior parte del tempo e che spesso è troppo sviluppato il sentimento di collaborazione.
D'altro canto però la differenza tra le parole di Ueshiba sensei e quelle di Sagawa sensei mi ha fatto rivalutare molto le intenzioni del fondatore dell'Aikido, orientate verso una crescita che riguardava l'uomo nel suo complesso e non soltanto rivolte verso un'efficacia marziale fine a sé stessa, riconfermando ai miei occhi l'importanza dell'intuizione di Osensei e del suo valore per i praticanti di qualsiasi livello, paese e cultura.
Sono comunque felice di aver avuto finalmente l'opportunità di leggere questo libro e di approfondire alcuni aspetti della storia e della teoria di queste discipline e mi sento di consigliarne la lettura a prescindere da quella che potrebbe essere la strada scelta da ognuno.
Ci sono, chiaramente, molte cose del libro che non ho riportato qui e di cui varrebbe la pena discutere ma che non ho scritto per non togliere il piacere di leggerle e scoprirle direttamente. Se qualcuno che ha letto o leggerà il libro vorrà poi condividere le sue impressioni, sarò ben felice di parlarne qui nei commenti al post.
Beno
Questo è il link al sito ufficiale della versione inglese.
Leggi anche L'Aiki di Sagawa sensei
lun
16
gen
2012
Hiden-Febbraio 2012
Nel numero di Febbraio la famosa rivista giapponese di arti marziali Hiden (trad. “trasmissione segreta”) pubblica uno speciale sull'Aiki di oltre 30 pagine dove diversi Maestri di varie discipline in qualche modo legate a questo misterioso concetto danno il loro contributo fornendo pareri, esercizi, testimonianze e addirittura grazie al supporto della rivista esperimenti scientifici che in qualche modo dovrebbero servire a spiegare da un punto di vista pragmatico se non l'Aiki in sé almeno cosa avviene nel nostro corpo quando applichiamo certi movimenti o quando, come uke, vengono applicati a noi. Per fare questo in alcuni casi i Maestri si sono avvalsi del contributo di disegni e spiegazioni legate al campo della fisica mentre in altri si è arrivati anche a collegare alcuni macchinari al corpo dei partecipanti per verificare l'attività muscolare e nervosa impiegata nei vari esercizi.
La rivista Hiden negli anni si sta sempre più orientando verso questo approccio che si avvale del contributo di Maestri che pur legati strettamente alla tradizione hanno contribuito a creare una sorta di “Rinascimento” del Budo giapponese, dove la tradizione ha finalmente la possibilità di essere analizzata e diffusa in maniera pragmatica. Basti pensare che tra le firme costanti della rivista ci sono personaggi come Kuroda Tetsuzan, Hino Akira o Kono Yoshinori, ma anche molti altri Maestri meno conosciuti fuori dal Giappone, che continuano da anni quest'opera di diffusione avvalendosi del supporto di diversi scienziati ed esperti nei campi più disparati, confrontando teoria e pratica in ambiti non propri della tradizione.
Del resto anche i praticanti giapponesi si stanno rendendo conto che è necessaria una riscoperta di un patrimonio ormai nelle mani di pochissimi e che la grande diffusione di discipline moderne o sportivizzate come gli sport da combattimento o le deviazioni in questo senso delle arti tradizionali, ha diminuito in gran parte le possibilità di apprendere correttamente quanto sopravvissuto delle antiche tradizioni, le quali spesso in contrasto con le moderne discipline di combattimento hanno scelto strade ancora più soft e meditative, nel goffo tentativo di rimanere vive cambiando il target dell'utenza.
Se non tutti possono quindi accedere ad una Koryu per diversi motivi, tutti possono però cominciare a riscoprire, o meglio rivalutare, la propria pratica anche grazie ai contributi di questi insegnanti.
Ovviamente alcune domande rimangono aperte e nessuna rivista, manuale o esperimento scientifico potrebbe ad esempio riuscire ad identificare in maniera precisa l'Aiki in modo da poterlo poi comprendere e riprodurre indipendentemente da un contatto costante con chi, a sua volta, sia capace di applicarlo.
Il titolo dello speciale della rivista è “Adesso, capisco l'Aiki fino a questo punto” ed è evidente il tentativo di cominciare, nella nostra epoca, a provare a definire quello che per decenni i Maestri hanno considerato indescrivibile con le parole.
E' interessante notare come con la stessa parola, ossia Aiki, si intendano anche cose molto diverse tra loro. Si potrebbe parlare di un Aiki “generico” e di uno “specifico”, laddove quello generico è rappresentato da un concetto molto ampio di armonizzazione con gli eventi, tipico dell'Aikido “mainstream” ad esempio, dove saper sfruttare al meglio fattori come timing o angoli costituisce di per sé l'applicazione di un Aiki inteso quindi come miglior impiego possibile delle proprie risorse per non contrastare un evento ma volgerlo a proprio favore. In questo caso, il concetto si estende facilmente anche ad altri campi, non solo marziali, e si presta bene a speculazioni filosofiche ma anche a riflessioni profonde. In questo caso di Aiki “generico” anche insegnanti di altre discipline sono in grado di fornire la propria spiegazione dell'Aiki offrendo sia concetti teorici che dimostrazioni pratiche relative all'interpretazione dell'Aiki nella propria scuola.
L' Aiki specifico, è meno teorizzabile e molto più difficile da sviluppare. Anche nel caso dell'Aiki “specifico” non si tratta altro che di pratica e dimostrazioni tangibili, ma a differenza dell'Aiki “generico” non si tratta più di fare una schivata, una leva articolare o una proiezione seguendo una linea corretta o addirittura rifiutare uno scontro etichettando il tutto, genericamente appunto, come “soluzione Aiki”, ma si parla di una vera e specifica abilità che viene coltivata principalmente nell'ambito del Daito Ryu (di poche branche), di qualche scuola “non allineata” o comunque legata alla disciplina di Takeda Sokaku e da pochissimi vecchi insegnanti di Aikido e che non è a portata di tutti. O meglio, tutti possono studiarlo ma in pochi riescono a svilupparlo se non impiegando diversi decenni. Questo Aiki “specifico” è quello che annulla le forze in campo prima che la forza dell'avversario riesca a manifestarsi, riuscendo quindi anche a guidarne i movimenti successivi, e non si avvale necessariamente di forme standard durante l'applicazione. Benchè siano presenti, ovviamente, esercizi utilizzati durante l'apprendimento, si parla spesso di “Fureaiki”, ossia di Aiki che necessita soltanto il minimo contatto indipendentemente dalle parti del corpo in gioco.
Nel caso dell'Aiki “specifico” si dice che l'unico modo per apprenderlo è riceverne costantemente l'applicazione da qualcuno capace, per poter nei primi anni imparare in primis a riconoscerlo e a non confonderlo con il “Jutsu” o il “Waza” che sono invece concetti applicabili fin dai primi mesi di pratica. Sono quindi in pochi a riuscire a dimostrare efficacemente l'Aiki “specifico” ma moltissimi a confonderlo con l'Aiki “generico”, che è solitamente costituito da un corpus tecnico di Jujutsu che deve fare i conti con una precisa etica nelle sue scelte strategiche.
Questa distinzione, che può sembrare una forzatura non necessaria, non è volta all'identificazione di un qualche tipo di elìte o di scuola superiore ad altre quanto a capire di cosa si sta parlando quando si cerca, come anche nel caso della rivista Hiden ma anche negli scambi tra praticanti di diverse scuole, di identificare un fenomeno se lo stesso nome identifica due concetti, volendo complementari ma con obbiettivi e caratteristiche differenti.
Del resto anche la tradizione ci parla di un Aiki no Jutsu, ossia un'abilità di applicare l'Aiki (quello specifico quindi) e di una Via all'insegna dell'Aiki, comunemente detta Aikido o anche Aikibudo.
La desinenza, Do o Jutsu, cambia quindi anche il significato della parola Aiki, o meglio il suo campo di applicazione. Se in una si parla di abilità da acquisire e manifestare nella tecnica (Aiki specifico), per l'altra l' Aiki è qualcosa da tenere in considerazione in ogni aspetto della vita, anche se quest'ultima condizione non assicura affatto che si possa prima o poi padroneggiare l'Aiki no Jutsu.
Strade quindi che possono davvero, o forse dovrebbero, incontrarsi nel tempo, ma che prese e analizzate separatamente non sono certamente la stessa cosa, così come dimostra non tanto lo scriverne o il parlarne, ma la pratica con chi è in grado di dimostrare con i fatti l'esistenza di questo “potere trasparente”.
mer
11
gen
2012
Ancora uno scorcio della vita di Takashi, budoka e studente presso l'Università del Budo
Tra le mura dell'Università si continua a respirare esperienza.
I bekkasei della IBU, sia in judo che in kendo, osservano continuamente lo stile giapponese; ma non solo.
Ogni due mesi circa nella Kokusai Budo Daigaku (Edificio per studenti stranieri) sono ospiti diversi budoka che gareggiano a livello mondiale per tenere alta la bandiera della propria nazione.
Spesso, a un mese prima di un torneo, si allenano duramente nel nostro Dojo, o in quello di un altra grande Università che è la Tokai University.
A differenza delle loro nazioni, in territorio nipponico, i keiko sono più intensi e ripetitivi. Chiacchierando con budoka internazionali gli stessi hanno confermato il livello di superiorità. Alcuni di loro, come me, pensano addirittura che dei budai dell'Università potrebbero rientrare tranquillamente in nazionale con le loro capacità. Ma in Giappone è diverso, per gareggiare a livello nazionale si devono superare diversi tornei e vincere molti campionati per essere all'altezza di difendere la propria bandiera.
Credo che sia proprio il loro spirito di “essere i migliori” che spinge tutti noi a venire in questo paese.
In questi mesi di permanenza qui ho avuto anche la fortuna di poter partecipare a degli esami e gare di Iaido.
E' incredibile come anche in questa arte marziale ogni aspirante budoka provi a raggiungere la perfezione e coordinazione in ogni kata.
Il silenzio e la concentrazione che vi è in un torneo di Iaido è impressionante.
Nella IBU i keiko, come anche judo, sono cinque volte alla settimana. Gli iaidoka sono molto pochi ma chi lo pratica impiega tanta serietà a questa arte.
Per quanto riguarda judo, una volta all'anno è abitudine svolgere il kangeiko. Un allenamento affrontato in uno dei mesi più freddi d'inverno (i primi di Gennaio) oltre alle dure ore di corsa e di esercizi, per lo meno nella mia Università, i budoka si gettano nelle gelide acque di Katsura utilizzando i propri kiai per sopportare al meglio la temperatura.
Dopotutto per noi queste sono come prove per dei guerrieri, e da buon guerriero non mi tiro indietro.
Takashi Bolanos
leggi anche: Takashi e l'Università del Budo
ven
23
dic
2011
Questo video trovato su Youtube è il primo di una serie di 4 parti che compongono un documentario decisamente interessante sull'Hakko Ryu. Le restanti tre parti sono principalmente un montaggio di foto storiche che vedono protagonista Okuyama Soke e i suoi allievi durante cerimonie, allenamenti e riunioni conviviali, mentre la prima parte è essenzialmente una presentazione di questa scuola al "grande pubblico" e mostra alcune situazioni di impiego dell'Hakko Ryu molto interessanti.
Benchè alcune siano chiaramente situazioni create ad arte, una sorta di film con tanto di "cattivi" che aggrediscono l'apparentemente indifeso signore di mezza età, un aspetto interessante oltre a quello prettamente storico o folkloristico è senz'altro il vedere come in certi ambienti tradizionali si ritenesse naturale pensare all'arte marziale come ad un qualcosa di applicabile in qualsiasi luogo o contesto, portando in mano oggetti o indossando vestiti anche scomodi, spesso senza dover usufruire di grandissimi movimenti ne' di conseguenti grandi spazi. Proprio come nei moderni sistemi di difesa personale.
Ne avevamo già parlato in questo post e questo video potrebbe essere un ulteriore spunto di riflessione su questo tema.
lun
19
dic
2011
Abbiamo il piacere di conoscere Giuseppe, che vive a Yokohama e pratica il Daito Ryu Aikijujutsu. In questo primo articolo si presenta attraverso la storia della sua ricerca e degli incontri con alcuni tra i grandi Maestri del Daito Ryu.
Su invito dell’amico Daniele cerchero’ di raccontare le mie esperienze marziali qui in Giappone.
Ho scoperto l’arte marziale che pratico, il Daito-Ryu, per caso. Leggendo alcuni libri sulla storia dell’Aikido si racconta sempre dell’incontro del Maestro Ueshiba con il Maestro Takeda Sokaku e di come quest’ultimo nonostante le sue piccole dimensioni riuscisse a sconfiggere avversari molto piu’ grandi di lui. Incuriosito da questa forma di Budo ho iniziato una mia personale ricerca che mi ha portato a conoscere alcune delle figure di spicco del mondo del Daito-ryu. Premetto che all’inizio non sapevo assolutamente nulla su questa arte marziale e non avrei mai immaginato che il Daito-ryu si dividesse in tante scuole.
Il primo Maetro che ho conosciuto è stato Okamoto Sensei (Fondatore dell’Associazione
Daito-ryu Aiki-jujutsu Roppokai e allievo di Horikawa Sensei discepolo del Maestro Takeda Sokaku). Sono andato direttamente a casa del Maestro Okamoto e seduti comodamente sul suo divano mi ha raccontato un po’ la storia del Daito-Ryu e le caratteristiche tecniche della sua scuola. Mi hanno colpito di questo Maestro vedere i suoi polsi e le sue caviglie: erano letteralmente deformati, frutto dei lunghi anni di pratica. Il Maestro Okamoto durante tutta la mia visita è stato molto gentile, ma a una mia domanda diretta ha alzato un po’ la voce. Quando infatti gli ho chiesto se fosse vero che la sua scuola di Daito-Ryu, rispetto ad altre correnti più “dure”, fosse quella più vicina all’Aikido
Mi ha risposto dicendo che lui praticava Daito-Ryu e dell’Aikido non sapeva assolutamente niente. Sono stato molto felice di essere stato accolto a casa di questo Maestro e avere avuto l’onore di ascoltare i suoi racconti.
La mia ricerca mi ha portato poi a conoscere Kondo Sensei (ha ricevuto direttamente il Menkyo Kaiden dal Maestro Takeda Tokimune figlio di Takeda Sokaku Sensei). Sono andato presso l’Honbu Dojo di Tokyo. Sono arrivato un po’ prima l’inizio della lezione e sono stato accolto direttamente dal Maestro Kondo che gentilmente mi ha indicato i giorni di pratica. Si è soffermato molto sul fatto che l’Aiki risiede quasi tutto nello sbilanciamento dell’avversario. Ho avuto poi l’onore di incontrare nuovamente il Maestro Kondo direttamente in Italia durante un suo seminario a Milano.
Ho partecipato poi ad alcune lezioni di Daito-ryu Takumakai (corrente che si rifa’ agli insegnamenti del Maestro Takuma, allievo di Takeda Sokaku Sensei).
Questa mia ricerca si è conclusa quando ho conosciuto Yoneda Sensei, il mio attuale Maestro (ha studiato direttamente ad Abashiri sotto la guida di Kato Sensei e Arisawa Sensei, allievi diretti di Takeda Tokimune). E’ un Maestro di dimensioni molto piccole ma senza il minimo sforzo ogni volta riesce a sbilanciare i suoi uke e devo dire che quando applica una tecnica fa veramente “male”.
Questi incontri mi hanno portato a concludere che il mondo del Daito-Ryu è molto vasto e ogni scuola va rispettata perchè tutte hanno alla base gli insegnamenti del Maestro Takeda Sokaku.
Yokohama, 19 dicembre 2011
Giuseppe Bonfitto
mar
13
dic
2011
Il Giappone si interroga nuovamente sul Judo praticato nelle scuole medie e sui potenziali pericoli della pratica e lo fa adesso che, salvo cambiamenti di programma, il Judo insieme al Kendo e al Sumo diventerà un'attività obbligatoria per i ragazzi del primo e del secondo anno delle scuole medie. Per le ragazze invece sarà possibile scegliere tra queste tre discipline più una quarta a loro dedicata, ossia la danza.
Come già detto su queste pagine all'inizio dell'anno, i dati relativi agli incidenti occorsi durante la pratica del Judo sono impressionanti, specialmente se paragonati con quelli degli altri sport praticati nelle scuole giapponesi. Il record negativo purtroppo non riguarda soltanto lesioni e ricoveri ma anche un altissimo numero di decessi: 114 negli ultimi 28 anni di cui ben tre nell'ultimo anno accademico.
Questi dati si riferiscono ad una situazione in cui il Judo è ancora un'attività opzionale che vede il numero dei partecipanti scemare di anno in anno e che ha ridotto di conseguenza anche il numero degli insegnanti nelle scuole. Adesso il timore è tutto rivolto al passaggio verso la partecipazione obbligatoria e quindi di massa, dove ai piccoli gruppi di studenti si sostituiranno intere classi di giovanissimi principianti, difficilmente controllabili e gestibili da un solo insegnante, in particolare per quanto riguarda le condizioni di salute di ognuno durante gli allenamenti.
Ricorrono quindi sulle televisioni e sui giornali giapponesi grafici, interviste e storie come quella del giovanissimo Judoka che dopo aver subito uno strangolamento che ne provocò lo svenimento dovette subito sostenere un ulteriore Randori, sequenza che gli provocò un'embolia cerebrale.
Istintivamente, come amanti delle arti marziali, viene naturale pensare ad un'esagerazione dei media che non comprendono da dentro lo spirito del Budo e che esagerano a puntare il dito sullo scandalo del momento, ma i numeri purtroppo ci sono e fanno la differenza con tutte le altre attività al punto da coinvolgere nella discussione praticanti, famiglie, associazioni, politici e ministeri.
Una possibile soluzione ipotizzata al momento è quella di soffermarsi più a lungo sulla preparazione fisica dei ragazzi, sull'acquisizione dei fondamentali (auspicabile quindi la ripresa dello studio dei Kata) e in particolare delle tecniche di caduta, senza puntare troppo presto verso l'agonismo. Al momento però il Ministero per l'Educazione e lo Sport ha stabilito un periodo obbligatorio di sole 12 ore annue dedicate a questo studio. Si cercherà poi l'aiuto di praticanti cintura nera residenti nei pressi delle scuole per affiancare i pochi Maestri, nella conduzione degli allenamenti, probabilmente a livello di volontariato.
Il Judo giapponese deve quindi fare i conti, una volta per tutte, con la distanza che separa oggi il progetto originale di educazione del Prof. Kano, fondatore del Judo, e la pratica attuale, troppo spesso finalizzata esclusivamente all'agonismo.
immagine tratta dal telegiornale della Fuji Television il 13/12/2011
gio
08
dic
2011
Il palazzo e una delle sale
Budokan è una parola giapponese piuttosto diffusa e significa, tradotta grossolanamente, “edificio dove si praticano le arti marziali”. In generale oggi sta ad indicare l'equivalente dei nostri palazzetti dello sport, nel caso specifico però prevalentemente dedicati appunto alla pratica del Budo.
Il più famoso Budokan giapponese è senz'altro quello di Tokyo, che, nato per ospitare il Judo nelle Olimpiadi del '64, oltre ad assolvere al suo compito nei confronti degli eventi marziali è anche grazie alla sua struttura sede di manifestazioni e concerti tra i più importanti del Giappone. Per un artista suonare al Budokan di Tokyo è un sogno che si avvera, forse un po' come potrebbe essere per un musicista italiano avere a disposizione San Siro o l'Olimpico.
Ci sono comunque numerosi Budokan in tutto il Giappone; generalmente non è difficile trovare un Budokan per ogni città di medie dimensioni, spesso dedicato a differenza di quello di Tokyo esclusivamente alle pratiche marziali. Le infrastrutture giapponesi per quanto riguarda attività sportive o simili sono, come noto, un passo avanti rispetto a molti altri paesi e considerando che fin dalle scuole si è abituati ad avere a disposizione Dojo per il Judo o il Kendo ma anche campi da calcio, baseball, tennis e piscine, pare naturale che ogni sport abbia il suo luogo dedicato e accessibile a tutti.
Anche Hamamatsu, la città dove pratichiamo l'Aikijuku, ha il suo modesto Budokan, una struttura che ha qualche decennio sulle spalle ma che si presenta ancora molto solida e funzionale.
Il Budokan è nella parte sud della città, la parte cioè più vecchia e posta verso il mare. Mentre la parte a nord comincia ora a prendere una forma quasi definitiva, incorporando altre zone e offrendo strutture via via più moderne, è interessante notare che nella parte vecchia e considerata oggi meno attraente, fosse già presente da tempo una struttura dedicata alle arti marziali.
Il Budokan di Hamamatsu è composto di due piani, formalmente dedicati al Kendo e al Judo. Fin dalla hall si presenta in maniera molto semplice ed essenziale ricordando nelle linee altre strutture simili (ad esempio l'Aikikai Honbu Dojo di Tokyo) e scevro degli orpelli che noi occidentali ci aspettiamo di solito (basti pensare ai dojo occidentali dove oltre a quadri, spade, bandiere e foto appaiono addirittura i Torii, i portali dei templi Shinto...!). Legno e cemento quindi, con una sala d'accesso dove l'arredamento è esclusivamente fatto di panche e tavoli e qualche distributore di bibite.
Il resto della struttura non fa eccezione in quanto a semplicità: dall'entrata dove si lasciano le scarpe per salire scalzi o con le apposite ciabatte fino alle scale, passando per gli spogliatoi fino alla materassina, non c'è altro che l'essenziale. Lo spogliatoio come accade nella maggior parte dei Dojo giapponesi ha come unico arredamento degli armadietti, niente panche o appendiabiti quindi. Ci sono le docce, che spesso si trovano soltanto in queste strutture molto grandi, e nient'altro.
La sala, che di base è divisa tra tatami e pavimento di legno, si può suddividere grazie a delle tende scorrevoli che dividono il tutto in quattro ambienti più piccoli permettendo la concomitanza di diverse lezioni negli stessi orari.
I corsi che sembrano avere più seguito in assoluto sono quelli dedicati a bambini e ragazzi, in particolare il Kendo, il Judo e l'Aikido Seifukai, anche se a quanto pare ci sono anche altri corsi come lo Iaido, il Karate, Taekwondo, il Brazilian Jiujitsu (a Hamamatsu ci sono tantissimi brasiliani e di conseguenza anche diversi ottimi insegnanti di questa disciplina) e addirittura lo Yoga.
Del resto c'è posto per tutti e oltre ai corsi regolari per l'equivalnete di poche decine di euro è possibile affittare una porzione di sala per qualche ora. Inutile dire che l'ambiente è pulito ma è forse il caso di sottolineare che la mentalità “pago=pretendo” che per certi versi è molto forte anche in Giappone non fa ancora parte, per fortuna, del mondo del Budo al punto che anche quando si affitta la sala si ricevono istruzioni per quanto riguarda le pulizie da svolgere dopo l'allenamento (nonostante anche durante la lezione non è difficile vedere gente dello staff che pulisce sul pulito, nella zona degli spalti e dei corridoi). Ultimamente poi sono stati sostituiti i vecchi tatami e quelli nuovi, di ottima qualità, uniti al pavimento elastico permettono di allenarsi in maniera ottimale sia in piedi che a terra.
Probabilmente in città più grandi e moderne la situazione è ancora più rosea, senza contare i diversi templi che ospitano spesso eventi di arti marziali tradizionali.
Inoltre Hamamatsu per quanto non sia una grande metropoli, oltre ai vari Dojo indipendenti ha addirittura una seconda struttura, nella zona di Hamakita, ormai annessa a Hamamatsu, chiamata appunto Hamakita Budokan.
E' comunque interessante per un occidentale vedere quanto i giapponesi diano per scontata la presenza di tali strutture che in occidente, quando sono presenti, sono spesso di quasi esclusivo dominio di “associazioni olimpiche” o comunque a disposizione di pochi fuori dai giorni dei grandi eventi.
C'è da chiedersi comunque quanto futuro hanno queste strutture in un'era dove i giovani che praticano sport occidentali diventano sempre più numerosi rispetto a quelli che si dedicano alle discipline marziali autoctone.
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Altri mondi:
“Maestro, ha lasciato la macchina aperta (con le borse e le armi dentro – n.d.r.)”
“Ah sì, ma qui siamo al Budokan, noi giapponesi preferiamo pensare che qui non ci possono essere dei ladri”
“...”
ven
04
nov
2011
Foto di Francesco Mengaroni – tutti i diritti riservati
Nel già confuso panorama delle arti marziali nipponiche dove si passa da un'eccessiva accademicità ad una estrema libertà d'azione e interpretazione – e ciò avviene in occidente quanto in Giappone - non vorrei certo contribuire ad alimentare qualche malinteso con questo blog o addirittura di persona. Ripensando agli incontri svoltisi durante il periodo in cui sono tornato in Italia, mi rendo conto che potrei aver lasciato alcuni discorsi in sospeso o aver malamente spiegato degli aspetti creando così delle “false tracce” di studio. Cercando di non limitarmi ai soli danni che potrei aver fatto di persona in quelle occasioni e focalizzando invece sugli “esercizi”, provo a chiarire qualche dubbio che mi è stato posto sul tatami, durante qualche chiacchierata o successivamente via e-mail.
Cominciando dall'esercizio che ho proposto in alcuni Dojo: due persone sono in ginocchio una di fronte all'altra, una afferra con forza i polsi del compagno il quale, con un movimento ascendente, cerca di sollevare non solo le proprie braccia e quelle del compagno ma tutto il suo corpo, portandolo possibilmente in una posizione in cui spalle, bacino e ginocchia cadono su un'unica linea verticale perpendicolare al terreno mentre gomiti e mani si trovano spostati in avanti causando sia il motivo dello squilibrio che allo stesso tempo l'unico appiglio per rimanere in equilibrio. Visto lateralmente una sorta di lettera Z dove la parte centrale è verticale ancizhè diagonale.
Compito di uke, cioè colui che afferra, è quello di afferrare con tutta la forza possibile senza complimenti fino alla fine, anche dopo essere stato, eventualmente, alzato e messo nella posizione appena descritta. Compito di tori, colui che effettua il movimento di armonizzazione, è quello di alzare uke senza usare la forza fisica né espedienti tecnici come rotazioni particolari, prese, appigli, velocità, spinte o trazioni. Lo scopo non è quello di alzare a tutti i costi uke (basterebbe veramente poco, in un'ottica di “jutsu” ossia di tecnica meccanica e spesso “di forza” si riesce comunque) ma di riuscire a farlo sfruttando un bilanciamento delle forze in gioco che permetta di andare oltre il gesto meccanico senza rendere il gesto pesante da un punto di vista fisico per chi lo esegue né immediatamente percettibile, o meglio riconoscibile, da chi lo riceve. Si cerca di realizzare l'elemento più difficile da descrivere a parole, ossia l'Aiki, messo sotto i vetrini di un microscopio e non disperso tra teorie, piroette e qualche concessione o giustificazione che tenda verso il “tutto è Aiki” tanto facile da trovare in giro.
Questa è quindi la teoria e la pratica al tempo stesso, il “come” dell'esercizio. Sul “perchè si potrebbero spendere fiumi di parole che verrebbero annullate di volta in volta da ogni seduta di pratica. Quello che mi preme sottolineare però, senza quindi avventurarmi nel “perchè”, è la modalità di pratica più fruttuosa e la differenza con quanto ho proposto nelle occasioni appena passate.
Ho spesso detto che dentro una situazione “finta” (a meno che non si pensi che le probabilità di trovarsi in quella situazione, oggi come ieri, siano così alte) chiediamo almeno un uke “vero”, uno cioè che prenda forte, che non si alzi per riflesso condizionato, che sia pronto a mollare quando il gesto di tori, anziché armonizzarsi, tende a sfuggire. Uke però, fermo restando quanto detto, deve comunque salvaguardarsi in qualche modo, quindi cercherà nei limiti dell'esercizio “finto” di essere “vero” anche rispetto al Ma-ai, ossia la giusta distanza e al proprio Shisei, la propria postura o più precisamente attitudine. Nell'esercizio canonico si chiede quindi di prendere forte ma di certo non di buttarsi con il peso in avanti, di tenere le braccia rigide o altri atteggiamenti che sì potrebbero vanificare gli sforzi di tori ma che potrebbero essere a loro volta fonte di aperture e situazioni di instabilità proprio per chi le applica. Non ci vuole un Maestro per capire che se uno ti spinge verso il basso non è necessario alzarlo verso l'alto.
Eppure, per evitare qualsiasi tipo di indottrinamento o di paletto che mettesse le cose già a favore dell'esercizio che proponevo, della tecnica o del sottoscritto, per evitare quindi il classico “fai come vuoi ma basta che sia come voglio io” che di solito non si dice ma si legge tra le righe di molte lezioni, ho scelto la strada più assurda e sconveniente, perchè credo che ci fosse un messaggio da scoprire anche in quel caso: ho chiesto a tutti di prendere con tutta la forza e l'impegno che volevano senza neanche le premesse di cui sopra, lasciando liberi tutti di rimanere sia a distanze non proprio impegnative sia di spingere come tori, in questo caso nel senso dei bovini, anche verso il basso benchè il compito di chi eseguiva la tecnica fosse inevitabilmente quello di alzare verso l'alto. Da un punto di vista accademico un errore madornale, da un punto di vista strategico anche peggio.
Eppure benchè fosse facile risolvere certe situazioni basandosi sulla “conoscenza” ero più interessato a sviluppare la questione della “coscienza”, ossia non uso ciò che so ma nei limiti dell'esercizio scopro ciò che sento. Quindi anche se uke spinge di peso e verso il basso, provo ad applicare l'esercizio verso l'alto. Perchè? Perchè l'impatto con uno che spinge verso il basso e che magari pesa 20 kili più di te scatena una serie di reazioni che sono proprio quelle su cui è necessario lavorare ma che sono meno evidenti quando questo stimolo non c'è e la presa è forte, fatta bene ma in un certo senso neutra e priva di emozioni.
Ecco che ciò che riesce quando uke si comporta “bene” non riesce più non perchè uke si è comportato “male” (uke dovrebbe fare sempre come gli pare, ma credo di averne già parlato) ma perchè ci siamo intimamente spaventati di quella presa che non va nel modo previsto e che attiva rigidità muscolari ma ancor di più rigidità mentali. Ci costringe quindi ad un lavoro su noi stessi che inizia dall'eliminare il giudizio su uke, a cancellare pensieri come “ok con lui ce la posso fare” nel caso di una presa e “accidenti questo è tosto” nel caso di un'altra. E la posizione inginocchiata non ci permette di sfuggire con rotazioni o su angoli più convenienti. Siamo lì, il "camion" ci viene addosso e anche se il buon senso dice di spostarsi in quest'occasione dobbiamo trovare una soluzione che ci faccia compiere il "salto" dal piano delle "tecniche" verso un diverso stadio, una diversa accettazione dell'incontro/scontro.
Questo era il messaggio che volevo portare in quelle "lezioni", a costo di non riuscire io stesso, come è successo in un paio di casi, ad alzare uke più di un paio di centimetri. In quel caso le informazioni che ne ho ricavato riguardano proprio il mio “giudizio” rispetto allo stimolo che mi viene dato e poco importa essere riuscito o meno a smuovere qualcuno da quella posizione. Al tempo stesso mi dispiacerebbe se qualcuno trovatosi nella stessa situazione avesse frainteso il senso dell'esercizio giudicandolo strategicamente improponibile perchè il fattore strategico non era assolutamente contemplato!
Alla fine la parte più importante in questo tipo di esercizi, perchè di esercizi si tratta, è “connettersi” all'altro indipendentemente dai movimenti che verranno effettuati o dal tipo di stimolo. Quello che si definisce Aikiage è soltanto il primo, piccolo passo per arrivare ad uno stadio – che, detto per inciso, io ho soltanto potuto osservare e ricevere e dal quale disto anni luce – in cui anche quelle forme non servono più e basta semplicemente un leggero contatto per trovarsi scombussolati nel corpo e nello spirito senza poter riconoscere neanche il movimento applicato, in cui tutto il “giro” di un Aikiage è compreso in un movimento prossimo allo zero. E anche non pretendendo di arrivare a quel livello nel frattempo applicare le "qualità" acquisite o solo sfiorate all'interno delle forme canoniche, che siano proiezioni, controlli o armi che abbiamo sempre fatto. Una "farcitura" per dolci che rischiano di diventare sempre più grossi e appetitosi ma in fondo in fondo vuoti.
In conclusione, ciò che NON vorrei aver passato è che esista una tecnica, chiamiamola Aikiage, che idealmente risolve tutti i mali e che si applica sempre e comunque e che questa sia il fulcro della pratica di alcune determinate discipline, perchè, per quanto sia importante, non è così. E' un esercizio e in quanto tale in quelle occasioni è stato presentato in forma estrema, ossia cercando di applicarlo sempre e comunque per scoprire non pregi e limiti della tecnica ma di sé stessi, l'unico modo per far sì che da questi incontri non uscisse un nuovo mezzuccio per proiettare l'avversario ma uno spunto per ripensare al proprio atteggiamento nella pratica.
Nel nostro dojo qui in Giappone ovviamente non si insegna a salire quando è il caso di scendere e viceversa, ma se non si ha il quadro completo che si può avere solo toccando con mano un Maestro, si finisce ad applicare una serie di risposte che rimangono nell'ambito del positivo opposto al negativo ma quasi mai nella compenetrazione degli opposti. La questione invece è molto sottile e non sviscerabile in brevi incontri, condotti peraltro da qualcuno che non padroneggia completamente la disciplina. La scelta era quindi tra proporre un concetto, a costo di errori "tecnici", o solo delle tecniche senza concetti plausibili. Ho tentato la prima strada. Con quali risultati non saprei...
Un giovane ragazzo che non riusciva a fare Aikiage su un uke più maturo e corpulento, dopo avergli mostrato che almeno in quell'occasione il sottoscritto ci riusciva, mi ha risposto: “però è difficile!”come per dire “ma chi me lo fa fare!?”. Hai ragione giovane amico, è difficile e spesso non si capisce chi o cosa ce lo faccia fare. Ma già quando si intravede uno sprazzo di luce in fondo al tunnel, tante altre cose fatte fino ad oggi sembrano molto più assurde.
gio
20
ott
2011
Come accennavo tempo fa, il nuovo corso del blog prevede di dare spazio anche ad altri budoka che stanno praticando in Giappone, per poter offrire una visione della pratica nella "terra madre" che non sia soltanto la mia. Altri amici si aggiungeranno contribuendo con i loro scritti nei prossimi mesi.
Cominciamo questa "serie" con la presentazione di Takashi Bolanos, giovane Judoka (ma non solo) che ha deciso di realizzare il suo sogno trasferendosi in Giappone presso la International Budo University, un' Università dedicata alle arti marziali. Takashi, nonostante il nome giapponese, è un ragazzo di origine peruviana cresciuto in Italia, figlio del mio primo Maestro Raul Bolanos. Insieme a suo fratello maggiore Ichiro, da bambino ha visto e accompagnato i miei primissimi taisabaki da aikidoka. E' un piacere presentarvelo oggi, in attesa dei suoi report più approfonditi sulle sue singole esperienze di vita quotidiana.
"Ormai è da un po’ di mesi che mi trovo nel mio sogno.
E’ ciò che ho sempre cercato e voluto fin da piccolo e ora ci sono dentro.
Ho promesso a me stesso di superarmi, oltre che superare mio padre, Sensei di vita oltre che nel dojo.
C’è chi può valutare questa esperienza come un intero sacrificio, altri potranno pensare che è un istante di pace assoluta coronata da rose e fiori. Per quanto mi riguarda posso dare libero arbitrio a qualsiasi delle ambedue opinioni dato che provo e porto i due sentimenti sulle spalle.
Forse essendo ancora un “ragazzino” sento di più il carico nonché la felicità e l’entusiasmo di poter conoscere e di provare il piacere giapponese.
Perché il sacrificio? Perché pace assoluta?
Credo che ognuno di noi prima o poi debba abbandonare il nido e volare con le proprie ali e ciò non è mai facile soprattutto se si affronta un mondo tutto nuovo. Allo stesso tempo il mondo affrontato è il luogo più adatto per chi come me ama la via del Budo.
Frequento l’Università Internazionale di Budo a Chiba, ove pratico principalmente Judo seguito da
Iaido e Aikido.
Le lezioni e gli allenamenti sono molto intensi quanto interessanti, i tre Sensei che abbiamo nell’Università sorvegliano sempre ogni alunno analizzando l’impegno di ognuno di loro. Tra gli stessi alunni ci si incita a vicenda… più che forza bruta direi che si danza nel dojo. Alcuni ridono… non sembra affatto un combattimento ma la dimostrazione della propria capacità tra judoka, un mix di velocità e tecnica che di giorno in giorno viene migliorata.
Il rispetto verso gli altri non manca mai, sia dentro che fuori dal dojo, compreso tra Senpai e Kohai.
Ciò accade anche nel Giappone di tutti i giorni.
Purtroppo in Katsura, la zona dove risiedo, lo straniero non è comune come a Tokyo…molti ragazzi sono insicuri nel rivolgere la parola a qualcuno che probabilmente non capisce il giapponese, il loro pensiero lo si può notare palesemente nello sguardo. Fortunamente esistono le eccezioni che, con il tempo, sbocciano in uno scambio culturale non solo della lingua ma anche di tecniche e stili che derivano dal dojo di provenienza.
Ho davvero molto da imparare… non ho la destrezza dei budoka giapponesi, ma se sono venuto fin qui è anche per poter stare al passo loro…o, meglio, per poterli superare."
Takashi Bolanos
mar
27
set
2011
Questo video l'avevo visto qualche settimana fa in TV, durante un programma dove degli operatori televisivi seguono per diverse ore il lavoro della Polizia giapponese.
Mi aveva colpito perchè al tempo stesso da un lato rompeva un luogo comune che riguarda l'utilizzo di certe armi particolari nelle aggressioni comuni e dall'altro sembrava dare credito alle più sfrenate fantasie a proposito di giapponesi che ancora oggi combattono a colpi di spada...!
La "spada" utilizzata è in realtà un bokken, una spada di legno nota ai praticanti di arti marziali giapponesi e non e che al di fuori di quest'ambito si vede giusto nelle fiction e nei fumetti, spesso impugnata da Yakuza, studenti teppisti o eroi d'altri tempi. Questa volta invece era nelle mani di uno o più aggressori insieme ad altre lame corte, e se anche non fosse la prima volta che viene utilizzata per strada, è sicuramente a mia conoscenza una di quelle documentate meglio.
Il filmato è in giapponese ma si capisce abbastanza cosa è successo, a parte il fatto che poi, alla fine, non si pronuncia sulla provenienza delle armi e su chi dei coinvolti nella rissa le ha portate sul luogo del misfatto.
C'è qualche macchia di sangue qui e lì ma non è troppo cruento e non ci sono vittime. Buona visione.
gio
22
set
2011
Il prossimo 2 Ottobre avrò il piacere di essere al Mizu Dojo Aikido Perugia per proporre una giornata di allenamento insieme al gruppo guidato da Stefania Feraboli.
Più che una lezione, evento che ormai ritengo dovrebbe essere svolto esclusivamente da Maestri di grande esperienza, sarà un'occasione per incontrare Stefania e i suoi allievi, accompagnato molto probabilmente da alcuni degli amici che si allenavano con me quando avevo il corso a Roma.
Non uno stage quindi ma una mattina e un pomeriggio per raccontare attraverso la pratica questi quasi quattro anni di pratica in Giappone, le difficoltà e le piccole scoperte, i temi di studio e le peculiarità del metodo che seguo attualmente.
Se qualcuno volesse unirsi a noi, sul blog del Mizu Dojo ci sono tutte le informazioni per essere dei nostri, basta un click qui http://www.aikidoperugia.it/stages/144-incontro-con-daniele-bevivino.html
dom
11
set
2011
Un bellissimo articolo pubblicato sul blog di Aikido Journal ci parla, attraverso l'esperienza del kendoka Maebayashi Kiyokazu, dell'Aiki nella sua forma più pura, ideale e concreta al tempo stesso.
Il Signor Maebayashi ha avuto la fortuna di studiare direttamente sotto il leggendario Maestro di Daito Ryu Sagawa Yukiyoshi, uno degli allievi più dotati di Takeda Sokaku e forse, a detta di molti, colui che ne ha preservato e continuato gli insegnamenti più veri e importanti.
L'articolo mi è piaciuto particolarmente perchè l'autore affronta senza peli sulla lingua e senza il timore di essere considerato un fanatico di parte il tema dell'Aiki e delle differenze sia concettuali che pratiche con altre discipline, a cominciare dall'Aikido che seppur citato brevemente aleggia in qualche modo in tutto il testo. O almeno così mi è sembrato, forse condizionato anch'io dall'essere una specie di ex Aikidoka che è passato ad uno studio simile ma diverso e impregnato di molti degli aspetti citati da Maebayashi.
I passaggi che ritengo importanti di questa testimonianza sono vari, ma questi che ho provato a tradurre qui di seguito mi hanno colpito in quanto li ho trovati perfetti per descrivere anche i miei allenamenti di Aikijuku, e simili se non identici a quanto mi dice costantemente il mio insegnante. Questo avviene anche in altri punti dell'articolo ma confidando che chi legge qui avrà la curiosità di leggere anche l'originale, ho tradotto soltanto questi.
In questo paragrafo ad esempio l'autore parla del suo primo impatto con l'Aiki con l'allora istruttore Kimura Tatsuo sensei:
“ Per comiciare, il Signor Kimura mi insegnò il metodo di base per la pratica dell'Aiki Age, una tecnica dove sei seduto di fronte al tuo avversario che afferra entrambe le tue braccia e le tiene ferme giù mentre tu provi ad alzarle. Il Sig. Kimura afferrò le mie braccia e mi disse di alzarle in qualsiasi modo preferissi. Provai ad alzarle ma non potevo muoverle assolutamente. Poi mi proiettò indietro o di lato più di un centinaio di volte. Ma in questi momenti non venivo soltanto proiettato. Provavo ad alzare le mani nel momento in cui venivo afferrato o a cambiare il momento o ad alzarle dopo averle abbassate per un attimo nella direzione opposta, ma tutto invano. Poi, dopo aver lottato per un po', fu il mio turno di afferrare. Ma il risultato fu lo stesso. Non importava quanto provassi a spingere forte le sue mani verso il basso, le mie braccia e il mio corpo venivano alzati, il mio equilibrio rotto e venivo proiettato, senza percepire alcuna potenza dal Sig. Kimura. Provai ogni cosa che potevo immaginare, usare la mia forza, annullare la mia forza e rilassarmi, cambiare la direzione del mio attacco, ma fu completamente inutile. Il Sig. Kimura continuava a sorridere di fornte a me. All'inizio pensai che stavo sperimentando qualcosa di veramente strano e impossibile, poi divenni irritato e alla fine non potei fare altro che accennare un sorriso imbarazzato ed essere proiettato.”
Dopo questo episodio l'autore decide di iniziare a studiare il Daito Ryu con Kimura sensei e dopo qualche tempo ha finalmente la possibilità di praticare con il Maestro di questi, ossia Sagawa sensei, sul quale aveva sentito storie mirabolanti a proposito di Uke che venivano proiettati con movimenti minimi, qualsiasi attacco provassero a portare. Vederlo dal vivo confermò, a quanto ci dice, le voci che aveva sentito in proposito. Questa la sua prima impressione quando lo vede all'opera la prima volta:
“...poi cominciò ad eseguire tutti i tipi di tecnica, da quelle complesse che non avevo mai visto prima dove venivi proiettato appena lo toccavi. I suoi studenti venivano proiettati in qualsiasi modo lui volesse e sembravano come palle di gomma o pupazzi.”
Arriva poi il monento tanto atteso di poter toccare con mano quanto, visto da fuori, aveva dell'incredibile:
“Quando finalmente ricevetti le tecniche dal Sensei, fui proiettato senza sapere cosa fosse accaduto. Per esempio, il momento in cui afferravo la sua mano con tutta la mia volontà, lui muoveva la sua soltanto un po' in avanti e questo toglieva tutta l'energia dal mio corpo, piegandomi all'indietro, e venivo proiettato indietro di due o tre metri. In un altro momento, cercando di applicare uno strangolamento da dietro (ushiro hagajime), le sue spalle si mossero come due differenti creature separate tra loro e in un attimo il mio corpo fu proiettato davanti al Sensei. All'inizio quello che era ancor più misterioso era che non mi accorgevo che il mio equilibrio veniva compromesso, perchè non percepivo alcun tipo di forza e capivo quanto violentemente venivo proiettato soltanto dal mio impatto con la materassina.”
In questa parte si evidenzia un fatto che a mio avviso fa davvero la differenza con la pratica Aiki e quella più diffusa nelle altre discipline che è invece sostanziata quasi esclusivamente dal Waza, dal Jutsu inteso come espediente tecnico: chi riceve l'Aiki non sente mai alcun tipo di pressione, forza o resistenza.
Maebayashi continua con altri esempi, altre situazioni di pratica in cui prova ad applicare diverse tecniche ma il risultato è sempre lo stesso: movimenti impercettibili che si manifestano non solo attraverso il contatto corporeo ma anche quando questo viene mediato da oggetti inanimati come il bavero del Keikogi durante le prese.
Verso la metà dell'articolo l'autore, che era all'epoca un quinto dan di Kendo, chiarisce il suo punto di vista sulla differenza con le altre discipline:
“La cosa sorprendente è che i suoi studenti (incluso me stesso) lo attaccano realmente. Il Sensei ha 87 anni. Questo non è concepibile negli altri sport o arti marziali. Benchè il Kendo, che anch'io pratico, si dica essere una delle poche arti marziali dove gli anziani praticanti possono continuare a migliorare loro stessi nonostante il passare degli anni, non c'è confronto con Sagawa Sensei. Generalmente quando pratichiamo con persone più anziane, proviamo ad usare un po' meno della nostra potenza. Inoltre, tutte le arti disarmate fanno dimostrazioni dove si decide preventivamente chi sarà la persona che proietterà l'altra. La persona che riceve la proiezione accorderà il suo timing con la tecnica dell'altro. Così, tutte queste arti vengono coreografate, e a causa di ciò generalmente non troverete persone che proveranno veramente ad attaccare o a resistere completamente. Anzi, c'è una certa tendenza ad evitare questa attitudine nella pratica. L'enfasi è posta nell'accuratezza e correttezza che si pososno mettere nell'esecuzione di un kata o una tecnica già scelte e anche quanto si riesca ad esprimere nella tecnica la bellezza di concetti della tradizione giapponese quali wabi (il gusto per le cose semplici e tranquille) e sabi (semplicità ed eleganza). Questa tendenza non è qualcosa di nuovo ma si è evoluta verso la metà del periodo Edo. Anche se in un certo senso l'arte marziale può evolversi anche in un periodo di pace, nel senso più vero il suo valore diminuisce.”
Benchè molto diretto e forse “politcamente scorretto” questo paragrafo esprime chiaramente l'opinione di molti praticanti e insegnanti di Daito Ryu, o delle Koryu in generale, e al tempo stesso ben spiega un certo senso di malessere che pervade diversi Aikidoka che iniziano oggi a rivolgersi al Daito Ryu, alle Koryu o verso una riscoperta di una sorta di proto-aikido.
A mio avviso evidenzia anche come il metodo tradizionale sia sempre passato per il contatto diretto e costante con qualcuno che sapesse realmente applicare le teorie e farle diventare tecniche tangibili, efficaci e potenti. Forse oggi quello che manca di più nel mondo del Gendai Budo è proprio l'opportunità di studiare a stretto contatto con un insegnante che riversi la propria tecnica nell'allievo non attraverso un indottrinamento teorico ma facendogli sperimentare sulla propria pelle le sensazioni che un giorno anche lui sarà chiamato a generare nei suoi uke. Ma di questo mi piacerebbe parlare in un prossimo post dedicato all'apprendimento secondo il metodo giapponese tradizionale.
Per ora lascio chi ha avuto la pazienza di leggere fin qui all'articolo originale, in inglese, che si trova a questo indirizzo.
gio
08
set
2011
Qualche settimana fa scrivevo su queste stesse pagine queste righe di commiato, spiegando perchè avevo deciso di chiudere il blog:
E' stata un'esperienza interessante ma che ha raggiunto, per quanto mi riguarda, il suo limite che è quello del pericolo di far diventare questo spazio un diario pubblico dei fatti miei o l'ennesimo posto nella rete dove pretendere di spiegare agli altri che cosa sia l'Aikido, che cosa è giusto e cosa è sbagliato o semplicemente per mettersi in mostra.
Ringrazio tutti quelli che hanno visitato queste pagine in questo anno e mezzo circa, quelli che hanno commentato, linkato e anche criticato quanto ho esposto. Troppo onore per un semplice praticante.
Ho ricevuto diversi messaggi, sia in privato che su Facebook, che mi domandavano il perchè di questa decisione e spesso mi esortavano a ripensarci.
La motivazione però, per quanto potrebbe godere di ulteriori e lunghe, nonchè noiose, spiegazioni, è in sintesi proprio quella espressa in quelle poche righe: non ho desiderio di insegnare nulla, nè dal vivo nè tanto meno da un blog e in seconda battuta non voglio più parlare principalmente di me e della mia pratica per non fare la fine di chi, se mi passate l'esempio, durante un bel viaggio è più impegnato a guardare il posto attraverso l'obbiettivo della sua videocamera piuttosto che godersi il viaggio stesso.
Ho deciso quindi di "godermi il viaggio" senza doverlo analizzare, sezionare, riportare e spiegare ma vivendolo e basta da semplice allievo quale sono.
Questo spazio però può rimanere utile anche senza che i riflettori siano puntati su di me, anzi diventerebbe senz'altro più utile se dalla mia piccola persona si passasse alle tante informazioni che mi circondano qui in Giappone.
Passo quindi dal Blog su Beno, che a dirla tutta non era una gran cosa, al Blog di Beno, dove ogni tanto posterò qualche articolo e informazione relativo alla pratica delle arti marziali giapponesi nel loro luogo di origine, almeno per quel che potrò vedere e raccontare a chi avrà la bontà di passare ancora qualche minuto su questo sito.
mer
06
lug
2011
Che cosa c'entra la polizia nepalese con il moderno Budo giapponese? Questa è la domanda che mi sono posto quando ho saputo che avremmo tenuto una dimostrazione per un rappresentante della Polizia del Nepal.
Le prime cose che vengono in mente, parlando di Nepal e Polizia, hanno poco a che fare con il moderno Budo e sono le dure repressioni delle manifestazioni degli esuli tibetani, bastonate a monaci inermi, sequestri delle urne elettorali e cose così. Se poi penso all'esercito, alle "arti" di combattimento nepalesi non posso non pensare ai Gurka e alla loro spietata efficienza, ai micidiali coltelloni Kukri e a un mondo che è lontanissimo dalla nostra quotidianità ma che a fare qualche ricerca non lo è poi così tanto, almeno in termini temporali.
Ma andiamo con ordine.
Come già detto in passato attraverso la solita Associazione di Kenpo che opera qui in città si era creato un mezzo impegno con un'alta personalità dello Stato nepalese, impegno che non ha avuto seguito a causa delle cattive condizioni di salute di chi avrebbe dovuto raggiungerci qui in Giappone. Rimaneva nell'aria la promessa di un secondo incontro per circa un anno dopo mentre abbastanza inaspettatamente il tutto è stato anticipato a questi giorni per la venuta di un altro alto funzionario e di un rappresentante delle forze di Polizia locali che rispondono, almeno per il suo dipartimento se ho ben capito, ad un nome che tradotto suonerebbe come " Forze di Pace" o giù di lì.
L'intento dichiarato sarebbe quello di portare i princìpi e le tecniche del Budo giapponese all'interno dell'addestramento della polizia nepalese, anche e soprattutto in virtù di questo, teoricamente, comune intento di unire l'efficienza degli agenti ad una educazione pacifica. Insomma uno dei tanti compromessi e controsensi che giustificano spesso le collaborazioni tra chi professa una cosa e ne fa un'altra, su entrambi i fronti ovviamente.
Detto ciò, per i soliti obblighi tipici di queste parti, non ci si poteva tirare indietro dal partecipare a questa serata che alla fine avrebbe visto presente soltanto il rappresentante della Polizia perchè l'alto funzionario (non ho capito la carica politica, perdonatemi) non aveva ricevuto per tempo il visto di ingresso (ben gli sta, così si imparano a far pagare il visto quando si va da loro e a rilasciarlo solo una volta arrivati alla frontiera!).
Come sempre ci sarebbe stata la dimostrazione di Kenpo, la nostra (presentati anche questa volta come Daito Ryu e Jujutsu, con lieve disappunto del sensei che si raccomanda sempre in questo senso ma che non viene mai accontentato...) e della già apprezzata scuola di spada Toyama Ryu.
Rappresentanti del nostro Dojo: il Maestro ed io....
Dopo la dimostrazione dei bambini ed una lunga, estenuante e improvvisata cerimonia di conferimento di regali a vario titolo tra Maestri, il signore nepalese e altri ragazzi nepalesi che si allenano qui, è toccato a noi. Al Maestro è stato chiesto di mostrare in una ventina di minuti la nostra pratica e possibilmente di applicare anche tecniche di Goshinjutsu su due armi da fuoco, che erano di interesse del nepalese. Ci hanno consegnato quindi una pistola e un fucile a piombini, scarichi ovviiamente. Si è deciso quindi di non mostrare la spada, visto che dopo c'era comunque lo Iaido, e di far vedere il lavoro sull'Aiki, in Suwari, da seduto su una sedia pieghevole e in piedi e poi le tecniche di difesa/disarmo su alcune armi, che sono state nell'ordine un robusto manganello della polizia filippina (recente acquisto del Sensei...!), il Jo, il Tanto, la pistola e il fucile.
Dimostrazione abbastanza semplice che come al solito vista da fuori forse non si comprende troppo e può sembrare quasi una coreografia concordata (ma era improvvisatissima ovviamente). Ma su questo tornerò dopo.
Dopo di noi la consueta dimostrazione di Iai, prima dei Kata e poi delle prove di taglio che sono come sempre molto spettacolari anche se forse c'entrano ancor meno con lo scopo della visita.
Finito tutto, applausi, foto e altri regalini (ho ricevuto una maglietta e un fermacravatte a forma di Kukri, peccato non poterli indossare insieme!) alcuni del Kenpo e dello Iaido sembravano un pò perplessi su quanto avevano visto nella nostra dimostrazione e hanno cominciato a fare qualche domanda, un pò scettica, al Maestro.
Come ormai ho già visto altre volte, non ha provato a convincerli con le parole ma con i fatti. Ha tagliato corto e gli ha chiesto di provare a bloccarlo o colpirlo. Hanno provato tre o quattro persone diverse, adulti e yudansha, e questa volta sono stati costretti a convincersi che ciò che avevano visto non era finzione. Come già accaduto con i ragazzi del Judo, il fatto di non sentire troppo dolore ma di vedersi proiettati e immobilizzati senza capire cosa sta succedendo li ha lasciati un pò sconcertati e alcuni hanno epsresso il desiderio di capirne di più e venire a praticare al nostro Dojo.Chiaramente non sto dicendo che chiunque attacchi il Maestro finisce per perdere, che sia un superman o altro, sono comunque situazioni da valutare nel contesto, ma mi piace questa attitudine del far provare chi vuole capire, non credo di essere ancora in grado di farlo al 100% o comunque con quella tranquillità.
In tutto questo, mentre me la ridevo sotto i baffi, pare che il discorso sia andato inevitabilmente sul fatto che neanche il rappresentante nepalese capiva bene il perchè ma soprattutto il come quel signore tranquillo riuscisse a mettere giù i ragazzoni del Kenpo....ed è quindi toccato anche a lui! Un paio di capitomboli mentre cercava di bloccare il Maestro gli hanno confermato che per quanto si trattasse di una dimostrazione, qualcosa di vero e tangibile c'è sicuramente.
A dire il vero questo simpatico e spaesato signore al quale non saprei dare un'età, non veniva trattato poi con il rispetto che mi aspettavo, in primis dai suoi connazionali presenti ma poi anche a livello di presentazioni, posto nelle foto, attenzione nel fargli le traduzioni....alla fine ha anche subìto un paio di tecniche e mi è diventato automaticamente simpaticissimo, facendomi dimenticare per un pò i miei pregiudizi e le mie perplessità su tutta questa storia.
Alla fine a ben pensarci siamo tutti piccoli o grandi pezzi di un ingranaggio sul quale abbiamo poco controllo, magari come me che non volevo avere a che fare con la Polizia nepalese ma ci sono andato comunque, lui forse non voleva venire da solo in questa situazione ma ci si è ritrovato costretto, o come quelli del Kenpo che avendo anche un Dojo in Nepal dovranno mantenere e rinsaldare i rapporti con le autorità locali e così via...fino, o meglio a cominciare, dalla necessità di rinnovamento che ha uno stato come il Nepal che solo recentemente ha virato verso la democrazia e che starà cercando di costruirsi una diversa immagine. Magari anche attraverso la forzatura dell'inserimento del Budo giapponese e dei suoi supposti valori etici in un contesto come quello della Polizia locale.
Insomma, mi rimane l'antipatia per certe cose ma è necessario vlautare di caso in caso, di persona in persona, e le persone che ho incontrato ieri sono state tutte decisamente affabili e interessanti.
La serata si è conclusa con un "mezzo discorso" di invito nei confronti del Maestro in Nepal appena ce ne sarà l'occasione....io ovviamente a qualche metro di distanza avevo le orecchie come radar perchè non nascondo che non mi dispiacerebbe fare un salto da quelle parti.
Poi se lì vedo che maltrattano un monaco e finisco in carcere, prima o poi apro un nuovo blog. Non vi libererete di me.
(qui sotto, qualche scatto della dimostrazione)
lun
27
giu
2011
Parlando con il mio insegnante e indagando sul suo percorso marziale è venuto fuori che più della metà della sua pratica, che ammonta a quasi 40 anni tondi, è stata spesa presso insegnanti di Aikijujutsu di diverse scuole e correnti, tra i quali figurano proprio quelli con i quali notavo molte similitudini tecniche.
Oltre a questo ovviamente c'è anche tanto Aikido studiato presso insegnanti e luoghi di tutto rispetto.
Da qui nasce anche l'impronta così particolare del suo corso che pur rifacendosi alla filosofia, e quindi alla dimensione tecnica non violenta delll'Aikido e ricercando una pratica che tenda verso il Do, propone un approccio decisamente inusuale.
Se dovessi tracciare la primissima differenza con l'Aikido che ho praticato fino a poco tempo fa nel mio Dojo o presso i dojo di altri stili e al tempo stesso una similitudine con il Daito Ryu (per quel poco che lo conosco) è l'assoluta mancanza di indottrinamento di Uke.
Il nostro compagno di pratica non viene mai e poi mai istruito a seguire il giro di un taisabaki, a non piroettare durante uno shihonage, ad aspettare a scendere a terra o al contrario a farlo con il giusto timing o ad ammorbidire la presa, neanche quando si tratta di un principiante.
Chiaramente questo avviene anche in molti Dojo di Aikido, anche se sempre per la mia esperienza, viene considerato spesso un livello di pratica leggermente più avanzato, uno step dopo l'aver insegnato a Uke come comportarsi per far lavorare Tori.
Non sto parlando ovviamente di scelte migliori o peggiori tra i metodi ma di diverse didattiche, di percorsi che prendono strade diverse per incontrarsi, auspicabilmente, in un punto comune.
In questa specifica didattica Uke è tale soltanto perchè ci mette a disposizione il suo attacco e il suo corpo ma non perchè farà quello che prevede la nostra tecnica. Anzi farà il possibile per non farla attuare, perchè l'immagine della tecnica corretta non è costruita su una ripetizione leggermente più blanda e accondiscendente che poi aumenterà di intensità ma sul lavoro di rifinitura che si fa direttamente sulla tecnica che non funziona.
Questo è ovviamente molto frustrante, in particolare quando ci si aspetta, o si è abituati, che su dieci tecniche almeno cinque o sei vadano a buon fine.
Non bisogna pensare però ad una pratica di impatto che metta a repentaglio un Uke che non è stato istruito a dovere, o dove il contrasto generato dall'imperizia possa causare danni frequenti. Al contrario, basandosi la disciplina sul concetto di Aiki, sulla necessità di connessione con il corpo dell'altro, si può praticare in tutta sicurezza e anche non necessariamente in velocità.
Decadono così tutte le teorie sul "se lo facevo veloce" o "nella realtà ti colpirei" eccetera che spesso, per quanto verosimili, vengono un pò usate per giustificare anche qualche piccola mancanza tecnica.
Questo tipo di allenamento offre risultati appaganti meno frequentemente ma nelle rare occasioni di successo pone degli importantissimi punti fermi che ci danno la possibilità di fare le stesse identiche cose sia con chi conosce e "permette" una determinata tecnica, sia con chi non l'ha mai provata prima. Insomma Uke non fa l'Aikidoka ma l'essere umano. E non è una sfumatura da sottovalutare.
Il tutto comunque è sempre vissuto e praticato con il massimo rispetto per l'altrui incolumità, sia come sentimento necessario per progredire insieme ma anche come Yakusoku Geiko (allenamento promesso/concordato) almeno per quel che riguarda l'attacco scelto per evitare spiacevoli incidenti. Ma la promessa (Yakusoku) riguarda solo questo aspetto, ossia Uke promette l'attacco, Tori la risposta. Quello che accade dopo non può essere una promessa, pena l'annullamento di qualsiasi progresso.
Dal punto di vista personale sono molto preso da questa metodologia, proprio perchè dopo tanti anni di pratica mi ritrovo a combattere non tanto con Uke (solitamente il Sensei, visto che al Dojo non ci sono persone con esperienza maggiore della mia) che non mi regala nulla quanto con le mie convinzioni e mancanze. Non torno a casa quindi con la sensazione appagante di aver lanciato a destra e a manca i miei avversari ma con la curiosità di capire perchè qualcosa non ha funzionato o perchè ha funzionato soltanto una volta. E ovviamente con la voglia di tornare subito a lezione.
Con il Jutsu, come sostiene anche il Maestro (ma anche altri insegnanti, lo stesso Kondo Sensei del Daito Ryu lo spiega in un video reperibile su Youtube) ce la possiamo fare comunque, far cadere qualcuno o procurargli del dolore non è poi così difficile se hai praticato decentemente qualche anno, se hai un pò di cognizione di causa e un pizzico di malizia. Ma non è Aiki, non è quella condizione in cui hai il controllo completo della situazione senza dover ricorrere a tecnicismi, alla forza fisica o al dolore, non è diventare tutt'uno con l'attaccante.
Spesso si confonde il Jutsu con una versione più rustica ed efficace del Do ma nonostante le due parole siano entrambe postposte dopo la parola Aiki, esse non sono una l'opposto dell'altra. Il Jutsu è l'accortezza tecnica, la capacità, la conoscienza del meccanismo. il Do è un percorso di vita. Potrebbero anche convivere, volendo. Ma è fondamentale sottolineare che non si tratta di un Aiki che all'occorrenza diventa Jutsu o Do ma al contrario sono questi ultimi che si avvalgono dell'Aiki per esprimere diversi scopi, uno prettamente tecnico e uno umano ed evolutivo.
In ultimo, questa libertà che ha Uke nel rifiutare la tecnica o nel cadere, girarsi o mollare la presa come meglio gli aggrada, genera anche una necessità di adattamento di Tori che è costretto a non agire secondo schemi o passi predeterminati ma deve fin da subito gestirsi nello spazio e nel tempo perchè non sa letteralmente dove finirà la tecnica. Fortuna che il Dojo è grande...!
dom
05
giu
2011
Nello scorso post accennavo ad un argomento che mi sta molto a cuore, ossia lo sviluppo della tecnica nel suo contesto storico e culturale di origine, facendo l'esempio dell'applicazione di una tecnica anche con un abbigliamento o in una condizione apparentemente svantaggiosa.
Nella cultura del Bujutsu giapponese le convenzioni sociali, solitamente generate da motivi pratici e poi elevate a crismi estetici e formali, e quindi le necessità quotidiane derivate dal proprio posto nella società e dai relativi compiti, hanno dato origine o comunque influenzato un modo particolare di applicare anche le tecniche di combattimento che, proprio perchè calate in determinati contesti, non possono prescindere dallo studio di questi ultimi.
Negli ultimi anni alcuni ricercatori, che non ci hanno visto chiaro nella deriva tecnica di molte arti marziali moderne, hanno cominciato a pubblicare studi e ricerche e a riportare sui tatami elementi fondamentali della pratica spesso trascurati se non proprio ignorati totalmente.Questo ovviamente è un discorso relativo non tanto alle Koryu quanto al Gendai Budo.
Ad esempio, è curioso come orientali e occidentali perseverino nel praticare abbigliati nel modo tradizionale ma ignorando spesso le funzioni, i pregi e i limiti di questo stesso abbigliamento nel suo contesto originale. Il fatto che si possa praticare in totale libertà anche con una semplice tuta non è certamente in discussione ma al contrario anche dall'abbigliamento, o da altre abitudini come vedremo più avanti, si possono cogliere vere e proprie informazioni sul modo corretto di applicare le tecniche. Una sorta di codice, una confezione dalle forme ben delineate dentro la quale poter "sistemare" la tecnica secondo il giusto registro.
Gli esempi sono tanti e non esauribili in questo contesto, ma credo che ognuno potrebbe cominciare a valutare la propria pratica o almeno la sua attinenza con la tecnica originale utilizzando anche questi termini di paragone.
In Giappone c'è stato, fino a poco più di un secolo fa, un determinato modo di camminare e muoversi che non è lo stesso odierno e che aveva le sue motivazioni pratiche nel vestiario, nell'armamento, nello svolgimento dei lavori quotidiani. Alcuni modi di camminare del guerriero armato per le affollate strade cittadine o sui deserti sentieri del Paese, o i movimenti del contadino che doveva avanzare con le gambe a mollo nella risaia, hanno generato anche un modo specifico di fare le tecniche delle arti marziali. Questo aspetto viene spesso ignorato o liquidato con affermazioni del tipo che non siamo samurai o contadini del Giappone feudale, che non vestiamo sempre in Hakama o con stretti Kimono e che la pratica del Budo è un'esperienza a carattere universale che non si può legare ad un unico contesto socio-culturale. Infine, che tutti gli uomini hano due braccia e due gambe e che il movimento alla fine è lo stesso per tutti.
Probabilmente queste contestazioni sono corrette se viste da un certo punto di vista "illuministico", da moderni budoka o nella volontà di mischiare diverse esperienze con diverse origini geografiche. Inoltre aprono le porte ad un eventuale miglioramento dell'arte stessa nel prossimo futuro.
Eppure spesso queste rivendicazioni di libertà, del fare un pò come si vuole prescindendo dalla cultura d'origine delle discipline o quasi rifiutandola, provengono comunque da persone che impugnano giustamente la spada con la mano destra avanzata, indossano il keikogi con il bavero incrociato nel giusto modo, mettono l'Hakama sopra il keikogi e fanno il saluto inginocchiati verso una parete.
Per far sì che questi non restino gesti folkloristici, una bella cornice esotica per poi iniziare le lezione e muoversi come se si indossasse il costume da bagno, giustificando movimenti particolari, intuizioni e invenzioni di sana pianta con la libertà di esprimersi, è necessario ascoltare, studiare, ricercare e possibilmente avvicinarsi da un punto di vista meno turistico alla cultura giapponese.
Non ha senso parlare di Hitoemi, Saya-ate, Seiza, Suwari-waza, Tanden eccetera se si ignora il processo che ha portato i giapponesi a rendere questi elementi come fondanti della loro cultura e in particolare di quella guerriera. Se non sappiamo come camminavano i giapponesi antichi ad esempio, se ignoriamo la teoria del Nanba-aruki, se non ci chiediamo quale escursione di movimento abbiamo con una o due spade al fianco, con un kimono stretto, con una Hakama di tipo Andon, con dei sandali di paglia o di legno, sicuramente non sapremo riconoscere i momenti in cui il nostro movimento, oggi, cadrà in contraddizione con la tecnica che si desidera studiare e applicare. Continueremo a fare i nostri giri e le nostre piroette con aperture di gambe eccezionali perdendo di anno in anno il significato di quella tecnica, del suo perchè e della sua essenza.Del resto non sfugge all'occhio esperto la contraddizione proposta da alcune scuole che si propongono come tradizionali rispetto a movimenti impraticabili, eccessivamente scenici o semplicemente...scomodi. Quando vedo una pratica dove il taisabaki e l'apertura delle gambe arrivano a larghezze da pattinaggio sul ghiaccio, non fatico più di tanto a datarla e collocarla nel giusto periodo.
Certamente il Budo può essere un mezzo educativo, una Via di evouluzione personale come ci suggeriscono gli stessi ideogrammi, ma non la libertà sfrenata di frullare di volta in volta gli elementi fondamentali per compensare la nostra ignoranza o i nostri limiti.
Sapere che le tecniche che studiamo oggi nascono in un contesto dove ad esempio non si torceva il corpo camminando, può aiutarci ad individuare i pregi di un Kihon e le sue motivazioni, evitando magari di disperderne la potenza con movimenti diversi.
L'Aikido è la prima grande vittima di questo modo di fare perchè a quanto sembra non è stato mai un insegnamento dogmatico, strutturato in modo simile alle Koryu. Ma basta vedere un video dei vecchi Maestri, dal Fondatore Ueshiba ai suoi allievi della prima ora, o anche quelli del Daito-ryu, e confrontarli con i moderni e famosi interpreti dell'Aikido odierno, per comprendere che al di là delle naturali differenze tra le persone, si tratta di movimenti totalmente differenti.
Attenzione, non meno validi o efficaci. Non sto negando l'efficacia del tipico iriminage moderno dove uke ruota quasi sulle anche di tori, ma della sua reale appartenenenza alla modalità antica di portare una tecnica.
Il contrasto è forte e ci si chiede da dove siano nate certe moderne convenzioni se non dalla necessità di colmare alcune lacune con intuizioni spesso azzeccate ma molto spesso anche discutibili.
Maestri che studiano approfonditamente l'argomento sono arrivati a decretare la scomparsa del modo originale di muoversi dalle attuali pratiche marziali. Secondo loro dopo un certo punto si è cominciato a praticare "all'occidentale" ossia utilizzando movimenti diversi da quelli perpetrati per secoli, con una svalutazione evidente dell'efficacia, o meglio efficienza, del movimento stesso. Alcuni dicono che in molti casi si pratica ormai una ginnastica o peggio una forma vuota.
Piano piano gli anziani Shihan che hanno vissuto sulla loro pelle "il vecchio modo" dando per scontato che fosse automaticamente condiviso dai propri allievi, ci stanno lasciando e la corsa all'interpretazione personale si è intensificata. Se il Maestro di una volta viveva tutto il giorno coerentemente con quanto avrebbe fatto nel Dojo, lo stesso non si può più dire per la maggior parte degli artisti marziali.
Ormai grazie a Youtube in tutto il mondo praticanti di qualsiasi livello offrono la loro interpretazione o la loro personale didattica come se il Budo fosse un'esperienza di un milione di anni fa che oggi va necessariamente interpretata secondo il proprio gusto in mancanza di istruzioni più chiare. In parte forse è anche così ma a volte viene da pensare che "le informazioni" sono comunque reperibili se ci si pone in modo attivo verso la pratica e non soltanto a ricevere passivamente l'ultimo passaggio di mille interpretazioni personali.
A mio avviso non è neanche necessario fare esclusivamente riferimento a quelle Koryu rimaste pressochè intatte, e nemmeno sono mai stato un sostenitore dell'Aikido racchiuso in un determinato programma tecnico, eccessivamente ortodosso o da una sola esecuzione corretta e assoluta per tutti.
In molte arti e mestieri della cultura giapponese però sono rimaste importanti istruzioni valide anche per noi moderni Budoka. Ed osservando bene le forme teatrali, la cerimonia del tè, la via del pennello o i semplici crismi di etichetta che magari sopravvivono più in un Ryokan che in un moderno Dojo, possiamo notare che il movimento ha sempre tratti ben identificabili e comuni tra le varie attività. In questo modo tutti possiamo ritrovare il contenuto di ciò che stiamo facendo, dargli il giusto contesto e solo in seguito riflettere se sia davvero necessario offrire al mondo l'ennesima interpretazione personale.
Anche se sembra un discorso anacronistico, perchè non si può pretendere di far vivere un occidentale nel suo Paese vestendo all'orientale, sedendosi a terra e cose così (cosa che ho, personalmente, sempre rifiutato quando vivevo in Italia) è necessario che al pari di altri studi si analizzi anche questo aspetto, almeno per tracciare una linea tra ciò che era e ciò che è diventato il movimento, con i suoi pregi e difetti accumulati nella trasformazione.
In ultimo, non avendo io stesso ancora uno studio approfondito alle spalle su questi argomenti, invece di ampliare ulteriormente il mio pensiero in questa fase di "lavori in corso", consiglio a chi volesse approfondire almeno la teoria e il pensiero che sta dietro questo recupero tecnico e culturale, di cominciare cercando in rete il materiale relativo ai Maestri Kono Yoshinori e Kuroda Tetsuzan, nonchè di osservare attentamente le similitudini tra i movimenti delle Koryu e quelli di arti tradizionali giapponesi come il Teatro giapponese (vera e propria fotografia delle epoche passate) e confrontarli con i video dei moderni interpreti dell'Aikido, giapponesi e non.
Fermo restando che ogni espressione e innovazione è legittima e che anche ciò che oggi è "classico" è stato a suo tempo innovativo e originale. Altro conto però è capire quando, se e perchè è necessaria questa innovazione e se prima di passare a questa fase si è già approfondito il resto.
Paradossalmente i moderni sistemi di difesa personale tengono sempre conto dell'abbigliamento, del contesto, del numero di avversari, degli ostacoli sul terreno. E vengono sviluppati in epoca moderna quando forse una microscopica parte degli insegnanti/creatori del metodo ha avuto occasione di verificarne la validità. E' assurdo che, pur praticando un "Do", questo aspetto stia sparendo dalla pratica di discipline che mai come altre affondano le loro radici in contesti di comprovata battaglia e sopravvivenza. Non praticheremo Aikido per difenderci nelle strade degli anni 2000 vestendo un kimono, ma forse ci stiamo arrogando troppo presto il diritto di scremare le parti che non riteniamo essenziali. Ed è una perdita.
mer
25
mag
2011
Finalmente dopo aver passato le ultime lezioni a fare esclusivamente lo stesso esercizio in diverse forme, ho visto un piccolo barlume di luce all'orizzonte.
L'esercizio in questione è il più volte citato Aikiage, una modalità di canalizzarsi verso il centro del compagno che è un kihon fondamentale in quasi tutte le correnti del Daito Ryu mentre viene trascurato se non del tutto ignorato nella maggior parte delle scuole di Aikido.
Non voglio certo farne una questione di meglio o peggio, anche perchè l'Aikido in generale applica delle dinamiche altrettanto valide che possono certamente supplire a questa "mancanza", anzi forse in alcuni casi specifici potrebbero non combaciare neanche sia come metodo che come scopo.
In ogni caso come detto altre volte, l'Aikido che sto studiando non è ricco di grandi movimenti, spostamenti eccetera, anzi è decisamente diretto, basato su una chiusura della distanza in linea retta e con posizioni poco standardizzate. In questo tipo di pratica riuscire a canalizzare la propria intenzione e il proprio movimento attraverso un gesto breve applicabile anche da fermi è fondamentale, e per questo pur non essendo sicuramente "la mossa magica che risolve tutto" questo tipo di "tecnica" diventa il fondamento di gran parte dell'allenamento.
Tra l'altro Aikiage significa letteralmente "Alzare con Aiki" così come la sua speculare controparte, Aikisage significa "Abbassare con Aiki" ma il mio Maestro preferisce chiamare il tutto, indipendentemente dalle direzioni o dall'ampiezza dei movimenti, Aikiawase, ossia "unirsi con Aiki" (che effettivamente è ridondante ma mi rimetto, dal punto di vista linguistico, ad un giapponese!).
Una questione importante che riguarda queste tecniche è quella storica. Non quindi una mera scelta stilistica ma una vera e propria esigenza che ha generato questo tipo di studio. Ad esempio il Maestro fa sempre riferimento a situazioni dell'antico Giappone in cui ci si poteva ritrovare, specialmente le donne, con uno stretto kimono o le mani impegnate, o non avere gli spazi per compiere ampi movimenti, o nel caso volessero sottrarci un'arma eccetera.
Un esempio interessante che mi pare si ritrovi in alcune scuole Aiki è quello di potersi difendere nel momento che si porta un oggetto come un ombrello o una sacca ma meglio ancora con un bambino in braccio. In quelle situazioni diventa evidente come non sia possibile colpire di mani o di piedi, divincolarsi allontanandosi o compiere grosse rotazioni. E' in quel caso che riuscire a compromettere l'equilibrio di chi ci attacca con un movimento piccolo e possibilmente immobilizzante diventa indispensabile.
Nessuno propone questo come "semplice" o migliore di un pugno, di una presa lottatoria eccetera. E' soltanto una tecnica derivata da una precisa esigenza, come potrebbe essere colpire con il calcio di un revolver anche se esistono certamente oggetti contundenti più adatti allo scopo.
In questo modo noi praticanti odierni, che muovendoci in scenari sempre diversi non abbiamo ben chiaro cosa dobbiamo fare ma soprattutto perchè farlo, possiamo studiare oltre che un aspetto che si sta perdendo dell'antico Bujutsu, anche delle modalità di approccio verso l'altro che prescindano dall'uso della forza fisica, dalla ricerca dello scontro o dal rifiuto. Gli effetti di una tale pratica a livello personale sono facilmente intuibili.
Tornando al barlume di luce che dicevo in apertura, questo c'è stato oltre che per una necessaria correzione "meccanica" del mio gesto, anche per aver sfiorato finalmente la condizione di totale rilassatezza nonostante l'impeto dell'approccio del compagno. Nel nostro dojo non si concepisce che la presa non sia portata al 100% delle proprie forze e quindi "l'attacco" è sempre decisamente forte e irruento. Riuscire a rilassare il corpo di fronte ad un tale stimolo compiendo un movimento che apparentemente va nella stessa direzione dalla quale proviene questo attacco, è per me ancora molto difficile.
Qualche lezione fa, trovandomi a fare due ore soltanto di questo esercizio da solo con il Maestro, ne ho ricavato una contrattura di collo e schiena che mi accompagna leggermente anche adesso. Questo perchè un conto è rilassarsi uscendo dalla linea, girando, schivando eccetera mentre un altro è accettare il tutto rimanendo fermi facendo scorrere l'impatto attraverso il nostro corpo, restitunedolo al mittente. Visto il mio basso livello ho probabilmente lavorato per due ore con schiena, collo e spalle in contrasto con la spinta che ricevevo.
Forse però il "barlume" recente, l'acquisto di un pò di rilassatezza, è una conseguenza di un tale, madornale, errore. Insomma, anche quando ci si crede discretamente bravi ci si ritrova a sbattere il muso con le vere basi della nostra disciplina, neanche fosse il primo giorno.
Comunque, per rendere un pò più chiaro l'esercizio a chi non lo avesse inquadrato o non avesse voglia di cercarlo sul web (anche se le keywords con le quali molti utenti arrivano a queste pagine includono proprio aikiage!) aggiungo questo video di un Maestro di Daito Ryu, Ogawa Tadao Sensei, che mostra il lavoro di base che facciamo anche noi in maniera quasi identica. Chiaro che visto da fuori possa generare soltanto incredulità. Però consiglio a tutti i praticanti che ancora non avessero provato questo tipo di allenamento di regalarsi questa chance prima o poi.
Attenzione però, anche se sembra facile, non è questione di riprodurre da un video o di colmare le lacune cominciando di punto in bianco tale pratica. L'unico modo per comprenderla è riceverla da un Maestro completamente in grado di fare certe cose in totale rilassatezza e indipendentemente dalla forza applicata. In quel caso si percepiscono la differenza e l'inaspettata potenza di questi movimenti che sono simili ma non uguali ai più diffusi esercizi di suwari kokyuho ad esempio. Insomma, provare per credere.
"....invece un italiano quando non sa una cosa, te la insegna"
edit 20 ott 2011: il video del maestro Ogawa Tadao è stato rimosso da Youtube, potete trovarne un altro a questo indirizzo http://d3.stream.cz/uservideo/530929-daito-ryu-aikijujutsu-ogawa-tadao-aiki-no-waza
sab
14
mag
2011
Pochi giorni fa insieme al Maestro ci stavamo cambiando per prepararci per la lezione, quando si è aperta improvvisamente la porta scorrevole dello spogliatoio e sono apparse quattro testoline luccicanti. Quattro studenti del club di Judo, sui sedici, massimo diciassette anni anni credo, tutti rapati a zero e abbastanza robusti.
Un pò per senso di responsabilità, un pò per un pizzico di sfrontatezza, volevano sapere il perchè della nostra presenza, se eravamo stati autorizzati e se avevamo le chiavi per chiudere dopo l'allenamento.
Il Maestro, ancora con i pantaloni del completo del lavoro e con soltanto la giacca del keikogi appena indossata e ancora aperta, li ha tranquillizzati spiegando la situazione, ossia che eravamo lì per il nostro corso di Aikido.
"Corso di che?" sembravano dire le loro facce...anzi uno l'ha detto veramente! Allora il Maestro si è spostato sul tatami, ancora così mezzo svestito, e gli ha detto che se erano interessati potevano avere subito una dimostrazione di cosa fosse l'Aikido.
I ragazzini, ormai in modalità agonistica, hanno provato a bloccarlo in vari modi, a buttarlo a terra, a girargli le braccia e tuto il resto...senza riuscirci in alcun modo.
Ora, detta così sembrerebbe la "coraggiosa" prova di forza di un adulto contro dei ragazzini e non è che ci si farebbe una bella figura anche a riportarla qui, insomma...inoltre non si poteva certo definirlo un combattimento.
Ma il punto è stato che la "dimostrazione" da parte del Maestro non si è svolta a suon di tecniche di leva, proiezioni, piroette eccetera ma lasciandoli fare quello che volevano e riflettendo verso di loro la forza usata (che è un concetto tanto abusato quanto travisato anche tecnicamente).
Per dare un'immagine minima della cosa a chi legge: anche se i ragazzi lo afferravano per il bavero, ai polsi o incrociando le braccia o con le tipiche prese del Judo, più tiravano o spingevano e più le loro gambe si piegavano, il loro equilibrio diventava precario e finivano a terra. Vista da fuori, da chi non ha mai provato sulla pelle certe cose, sembrava una vera e propria farsa, uno spettacolo ben organizzato. Eppure i ragazzi incontravano il Maestro per la prima volta , benchè giovanissimi sono tutti cinture nere di Judo e non avevano alcun interesse nel "perdere" proprio nel loro Dojo con uno sconosciuto.
Quello che il Maestro ha applicato è uno degli utilizzi del corpo più tipici di alcune correnti di Aikido ma in particolare di Daito Ryu, come per la scuola già citata del Roppokai. Apparentemente non si fa nulla, ma l'impostazione del corpo, la giusta dose di "forza" e rilassatezza, lo stabilire il contatto a proprio vantaggio fin da subito e la necessaria sensibilità permettono in molti casi di canalizzare e restituire le spinte anche da fermi, anche senza torcere, spingere o tirare nulla. In ogni caso viene sempre chiesto di provare a contrastare con tutte le proprie forze e risorse, condizione necessaria per poter studiare certe cose. Ma mi fermo qui visto che è qualcosa che sto apprendendo anch'io e rischierei di parlare più di quanto riesco a fare al momento.
Fatto sta che i ragazzi, ormai incuriositi da questo risultato imprevisto, si sono fermati prima per vedere la lezione e poi dopo un pò hanno deciso di partecipare, rimanendo con noi fino a tardi.
Osservare il loro stupore quando si ritrovavano a terra o in squilibrio senza capire il perchè, senza dolore e proprio nel momento in cui sembrava che fossero loro ad applicare la tecnica è stato decisamente divertente! Era un continuo di esclamazioni tipo "Eh!? non è possibile!", "Ma perchè!?", "No non ci credo!!!" e la trasformazione di quei visi duri e diffidenti, in visi sorridenti e rilassati.
Alla fine è stato bello averli sul tatami con noi, con le loro divise scolastiche con tanto di cravatta (in teoria dovevano tornare a casa molto prima!), la loro stupefacente mancanza di etichetta, i cellulari usati sul tatami per avvisare che sarebbero tornati a casa tardi, gli attacchi improvvisi al Maestro cercando di coglierlo impreparato ( ! ) e vedere che anche in un'atmosfera informale si può comunque praticare in modo serio ma gioioso con chiunque.
Oltre a noi e ad un altro studente (già Kenpoka) avevamo inoltre come ospiti anche due ragazze venute per la prima lezione, anche loro in abiti civili e decisamente meravigliate e divertite da quanto vedevano e provavano.C'è stato modo quindi di spiegare la teoria, mostrare la pratica, provare insieme e anche l'ormai consueto appuntamento con la lavagna dove vengono spiegati Kanji e concetti.
Una lezione sicuramente atipica, in questa fase ancora embrionale del nuovo corso, quasi una sorta di workshop. Ma del resto uno degli scopi di questo Aikijuku è proprio quello di sperimentare anche altre modalità di pratica.
dom
08
mag
2011
Anche se non è ancora ufficiale, il nostro corso prenderà il nome di Aikijuku e non Aikido.
Ovviamente non per prendere le distanze dall'Aikido che è per tutti noi, Maestro compreso, il grosso della nostra formazione e che nel suo "Do" ha le motivazioni che ci spingono a perseverare nella pratica.
Semplicemente il desiderio del Sensei sarebbe quello di identificare da subito il nostro gruppo/dojo come luogo di studio delle dinamiche Aiki trascendendo il discorso scuole, stili e passaggi obbligati anche dal punto di vista tecnico. Juku significa, grosso modo, una classe dove si studia e ci si perfeziona.
Il metodo del mio insegnante è effettivamente molto semplice sotto certi punti di vista, mentre per altri nasconde una complessità frustrante.
Di base non si compiono movimenti molto ampi e circolari, le tecniche sono decisamente dirette come potrebbe succedere nell'incontro/scontro tra due spade, e il principio che alcuni chiamano "ki no musubi" è essenzialmente studiato a partire dalla vera e propria base di questo metodo, ossia lo Aiki Age - Aiki Sage, tipico esercizio del Daito Ryu e di pochissime, ormai, correnti di Aikido.
Proprio per questo le lezioni iniziano, contrariamente all'usanza più diffusa, dal suwari waza kokyu-ho incentrato appunto su tecniche di Aiki Age e Aiki Sage. Questa è la base che poi si ritrova in piedi in tutte le tecniche di presa stabile prima e di contatto poi.
Altro punto importante è che pur non studiando la spada sotto forma di Kata, viene per forza di cose presa come mezzo per chiarire alcuni aspetti sia delle dinamiche corporee che del corretto Shisei, ossia l'attitudine. Si preferisce poi abbandonare il Kamae a favore dello Shizentai molto presto, benchè il passaggio obbligato per i principianti sarà sempre e comunque quello del Kihon e del Kamae all'inizio.
Questi due "semplici aspetti" (Aiki Age/Sage e i tagli fondamentali della spada non per tagliare ma per muovere correttamente il corpo) costituiscono l'ossatura tecnica grazie alla quale teoricamente si possono formare tutte le tecniche possibili, da quelle standard alle tecniche nate in modo naturale al momento.
Come mezzi per lo studio spesso si utilizzano diversi oggetti atti ad esemplificare alcuni concetti, di questi alcuni oggetti "estemporanei" come può essere un asciugamano (!) mentre altri decisamente ricorrenti come dei corti bastoncini di legno (come pezzi di 30 cm di Jo) che servono per studiare le direzioni e i contatti nelle tecniche di presa (invece di afferrare il polso si afferra entrambi il bastoncino ad esempio) o come piccoli palloni che servono a studiare alcune rotazioni delle mani.
ven
29
apr
2011
Valeva la pena di aspettare. Il nuovo Dojo è veramente bello e, ancor di più, quello che accadrà da qui in poi sembra promettere molto bene.
Il nuovo Dojo si trova all'interno di un liceo privato, una struttura che ricorda più un campus universitario che una scuola superiore e che già da fuori lascia intendere quale sia la "classe sociale" che lo frequenta. Insomma, una di quelle scuole abbastanza ambite in un Paese che ha fatto del curriculum scolastico la condizione imprescindibile per fare carriera.
A me, che delle classi sociali e della carriera interessa più o meno zero, cambia poco ma c'è da dire che rispetto alla polverosa scuola media dove stavamo prima è tutto un altro mondo.
Si parcheggia accanto al Tempio vicino alla scuola (e già trovare un parcheggio gratuito in quella zona è un grosso punto a favore) e ci si reca direttamete dallo scintillante cancello principale verso il Dojo della scuola attraversando tutto il cortile e incrociando, inevitabilmente, gli studenti che a quell'ora (le 19:00!) iniziano a lasciare la scuola. Qualcuno in realtà è ancora impegnato negli allenamenti, come i ragazzi nel vicino campo da Baseball e quelli che proprio nel Dojo stanno ultimando la lezione di Kendo. Tutti comunque quando ti incontrano ti salutano e la cosa ti fa sentire un pò meno "intruso" in un luogo dove i più vecchi hanno 17-18 anni!
A dispetto degli scintillanti edifici della scuola, il Dojo è invece molto vecchio e sembra essere una struttura in un certo senso "storica" almeno per quanto riguarda le competizioni di Judo e Kendo che sono, a quanto pare, le uniche due discipline praticate al suo interno. Come succede in questi casi la grande sala, molto più grande della precedente tra l'altro, è divisa a metà tra pavimento in legno per il Kendo e quello con i tipici tatami da Judo. Nella zona del Kendo trovano posto decine di Bogu, Shinai e Kendogi stesi ad asciugare e intere pareti di diplomi, coppe e onoreficenze varie. Stessa cosa sul lato opposto, quello con il tatami dove pratichiamo noi, fatta eccezione per i Bogu ovviamente. Qui trova spazio nella parete una sorta di palco alto poco più di un metro dove oltre alle immancabili bandiere e coppe sono stati accatastati molti tatami, materassi e attrezzi vari. Su alcuni tatami ci sono poi alcune panche con bilancieri e manubri per la pesistica. Anche qui le pareti strabordano di diplomi. Ai lati del palco ci sono due piccoli ripostigli che fungono anche da spogliatoio.
I lati lunghi della sala sono invece tutti composti da grandi finestre e uno di questi, nella parte che interrompe la continuità dei finestroni con una parete in legno, è adibito a Kamiza. Sul Kamiza non ci sono segni particolari come ci si sarebbe aspettati, ma soltanto un vecchissimo Kamidana, il tempietto shintoista per accogliere gli spiriti protettori del luogo, che quasi si mimetizza con le pareti per quanto è scuro e di antica fattura.Sicuramente in Giappone e nel mondo ci sono Dojo anche più belli di questo, almeno per quel che possiamo vedere tutti anche grazie a internet ad esempio, ma il fatto che in una scuola del genere questo Dojo sia rimasto così come doveva essere già decine di anni fa è in un certo senso un valore aggiunto, secondo me.
Da ora in poi quindi avremo a disposizione questo Dojo per due allenamenti settimanali come minimo, più la disponibilità per la Domenica in caso si voglia praticare un pò di più.
A conti fatti, avere un Dojo del genere in una scuola privata era quasi impossibile e non è un'occasione da farsi scappare, anche perchè questa scuola non affitta le sue strutture ad esterni e il nostro è un caso più unico che raro.
Da adesso quindi nasce il nuovo gruppo con a capo Takahashi sensei. La voglia di fare è tanta, speriamo di canalizzarla nel migliore dei modi e di diventare presto un buon numero di studenti.
gio
24
mar
2011
Sicuramente il tema di questi giorni per chiunque abbia a che fare in qualche modo con il Giappone è stato quello della catastrofe che ha investito questo Paese e che come tutte le tragedie costringe a guardarsi dentro e attorno in maniera nuova e più profonda.
Non parlerò di quello che ha significato, e significa, per me questa storia anche per rispetto a chi vive in zone coinvolte direttamente dai problemi di questi giorni, mentre la mia tranquilla Hamamatsu a parte qualche scossa rimane fuori da tutto questo al 90%. In cima a questi post c'è un banner per fare le donazioni alla Croce Rossa Giapponese e credo che questo possa essere l'unico contributo serio che posso dare in questo momento.
Dal punto di vista strettamente aikidoistico sappiamo che la zona di Iwama, dove c'è il vecchio Dojo del fondatore (e l'Aiki Jinja) ha subito diversi danni e il Dojo stesso è in cattive condizioni strutturali. Sicuramente dispiace a tutti noi aikidoka e speriamo che quando saranno passate le emergenze più gravi si possa anche contribuire in qualche modo se ce ne sarà bisogno.
Intanto questi strani e terribili giorni sono coincisi con alcuni avvenimenti che hanno coinvolto anche il mio Dojo dove comunque le lezioni sono continuate regolarmente fino a martedì scorso. La settimana prima non sono andato per un lieve problema di salute che coincideva con impegni lavorativi imprescindibili, quindi mi ero un pò perso alcune delle ultime fasi.
Aggiornato però dal blog di un senpai ho appreso che comunque il Kaicho non si è mai presentato al Dojo per spiegare la situazione come promesso ai membri che praticano solo il giovedì e che intanto i lavori di ristrutturazione del cortile esterno stavano procedendo, fino al punto che forse anche in virtù degli eventi di questi giorni sono stati estesi al Dojo stesso che è diventato quindi impraticabile. Le lezioni sono sospese a tempo indeterminato e sembra strano che il Kaicho, che è il responsabile del Dojo nei confronti della scuola media che lo ospita, non ne sapesse niente. Ma in fondo la cosa coincide bene con il suo piano di restauro dei corsi a pensarci bene...
Saltata quindi la possibilità di incontrare oggi il mio Sensei, questa mattina mi sono impegnato per scrivergli una e-mail. Ovviamente in giapponese, il che vuol dire un sacco di tempo per scrivere una decina di righe, farle rileggere a mia moglie per la conferma (visto mai che sbagli kanji e mandi a quel paese qualcuno...), diverse imprecazioni e così via...e nel frattempo mi è arrivata una mail proprio dal Sensei che era preoccupato per non avermi visto al dojo la scorsa settimana. Diceva inoltre che quanto è accaduto al Dojo ultimamente è per lui l'opportunità di lasciare quest'associazione e poter insegnare così come è la sua pratica al 100%, quindi di non preoccuparmi perchè sta cercando il nuovo Dojo per le nostre lezioni e conta su di me per eventuale aiuto e partecipazione.
Inutile dire che la cosa mi ha fatto molto piacere, anche perchè volente o nolente il complesso di essere straniero e quindi ultima ruota del carro in certi momenti affiora inevitabilmente. Essere in qualche modo parte di questa nuova fase è stimolante.
L'unico problema però è lo stop degli allenamenti a tempo indeterminato. Il bisogno di allenarmi inizia a farsi sentire, le troppe ore pasate al computer non si sconfiggono facilmente con il solo stretching casalingo e un compagno di allenamenti non ce l'ho...
Speriamo di tornare al più presto sul tatami e che questo "presto" coincida con un nuovo periodo di serenità per questo Paese e per la sua gente.
mer
16
feb
2011
Mi sembra di averlo già detto: al Dojo non esiste un momento di riscaldamento o di esercizi in comune all'interno della lezione. Nella mezz'ora scarsa che va dall'apertura all'inizio della lezione, che comprende anche le pulizie e il tempo per cambiarsi d'abito, si possono svolgere a piacere gli esercizi di riscaldamento che si ritengono necessari.
Solitamente nessuno pratica o prova le tecniche in coppia, sembra quasi che sia implicitamente vietato o almeno...sconveniente. Soltanto una volta o due ho visto il ragazzo americano insieme a quello inglese che veniva prima, provare le tecniche che avevano fatto nel weekend in un diverso Dojo. Ma i giapponesi non lo fanno mai.
Al contrario per le armi, utilizzate come ripasso o riscaldamento, sembra non esserci nessun divieto o altro e qualcuno ogni tanto si sposta nella parte del Dojo dedicata al Kendo, quella senza tatami per capirci, e "gioca" un po' con il Bokken o con il Jo. Ma anche in questo caso mai in coppia.
Chiaramente ognuno impiega questo tempo come meglio crede e c'è chi svolge la sua sempre identica routine come chi improvvisa secondo il clima e l'umore, chi si mette a chiacchierare e chi, tra i nuovi arrivati, ne approfitta per ripassare principalmente le cadute o lo shikkoashi.
Alla fine succede anche da noi come all'Hombu Dojo di Tokyo: poco tempo per allenare tecniche e princìpi e tanti praticanti di diverse estrazioni aikidoistiche, ognuno con esigenze ed esperienze diverse e quindi altrettanti metodi di riscaldamento.
Per quanto mi sembra di capire che tutti ne abbiamo in qualche modo esperienza, durante la lezione vera e propria non si praticano quasi mai esercizi prettamente aikidoistici come il torifune, il furitama, esercizi di respirazione o anche i soli taisabaki tipo il "semplice" irimi-tenkan, le ukemi o lo shikkoashi. Al tempo stesso non si fa neanche il tipico riscaldamento con esercizi "occidentali" come avviene in molti Dojo in Italia. Per quanto riguarda i primi, cioè quelli più tradizionali, da una parte mi sembra un peccato non farli con costanza visto che poi molte cose tornano necessariamente nella pratica e ci si ritrova a dover spiegare magari proprio l'irimi-tenkan durante una tecnica ad un principiante senza neanche l'esercizio "da solo" come termine di paragone o spunto, mentre per i secondi, ossia il classico stretching ad esempio, mi rendo conto che in un certo senso non fanno parte della cultura dell'Aikido classica e forse piuttosto che inglobarli ufficialmente in una lezione si preferisce lasciare la scelta al singolo.
Del resto però a differenza dell'occidente, o almeno di quella parte che conosco, qui fin da bambini si fa in qualche modo sport o attività motoria di buon livello per tutta la durata delle scuole dell'obbligo e in molti casi anche all'Università. Ne consegue che più o meno tutti sanno compiere senza alcuna guida almeno gli esercizi di riscaldamento di base e che anzi, a dispetto dell'età o delle apparenze, quasi tutti dimostrano una forma fisica davvero invidiabile.
Un esempio pratico è la scioltezza delle gambe. Io ad esempio da ragazzo ho avuto per tanti anni la fissazione della scioltezza delle gambe, un pò per esigenze tecniche/sportive ma soprattutto, devo ammetterlo, a causa di tanta filmografia di serie B che presentava la questione come irrinunciabile: "fai arti marziali quindi devi saper fare la spaccata (o divaricata che dir si voglia) e calciare al viso anche persone più alte di te"! Poi avanzando nello studio ho un po' mollato la questione concentrandomi su altro e, pur non tornando ai fasti di un tempo, ho mantenuto una discreta scioltezza articolare, almeno comparandomi a molti coetanei più sedentari. Ma la gente che viene al dojo come elasticità è sconcertante!
Praticamente tutti, dalla ragazzetta al signore di mezza età fino a quello decisamente anziano, mi superano abbondantemente in elasticità delle gambe scendendo a terra, quasi a freddo, in posizioni da ballerina o ginnasta. Insomma, passi per la ragazza ventenne che è praticamente di gomma, passino le ragazze trentenni o quasi quarantenni che per conformazione ed eventuali esperienze pregresse possono essere così sciolte...passi il Senpai coetaneo che fa quattro sport diversi...ma quando i signori dai 40 ai 60 anni praticamente da freddi si mettono seduti a gambe divaricate e poggiati con il busto quasi a terra, o come il tipo anzianotto venuto qualche lezione fa, in spaccata e completamente sdraiato in avanti...mi sento proprio di legno! E non posso neanche dare la colpa agli anni che passano!
L'unico aspetto positivo di questo schiaffo ginnico-morale è che da qualche tempo ho ripreso a praticare più intensamente lo stretching anche a casa, scoprendo anche l'utilità di certi esercizi (tipici del Sumo o del Karate più che dell'Aikido) come le discese verticali a gambe larghe e cosce parallele al terreno, che lavorano su tantissimi aspetti in un solo esercizio, compresa appunto la scioltezza delle anche.
Riflettendoci poi, come sempre non è tanto la questione di avere un fisico atletico per poter applicare i princìpi dell'Aikido che, si dice, non richiederebbero forza o particolari condizioni fisiche, ma piuttosto cercare di essere un Uke in buona salute, flessibile, forte e scattante per mettere sotto pressione Tori che nonostante il momentaneo divario atletico dovrebbe riuscire a cavarsela applicando l'Aiki. Quindi evitare di adagiarsi sul "non serve la forza quindi non alleno il corpo" ma costruire (o recuperare) quel minimo di condizione fisica che ci metta in grado di lavorare benissimo come Uke e anche di preservare il nostro corpo nel tempo per poter praticare a lungo nonostante l'avanzare degli anni.Se tutti ragionassimo in questo modo non avremmo problemi a trovare Uke disposti ad accettare le tecniche a piena velocità e potenza e a sostenere ritmi di allenamento più intensi. Purtroppo, e ne sono stato vittima io stesso, quando si insegna si perde di vista questo discorso e si danno per scontate molte cose che da semplice allievo sono invece "il pane quotidiano".
mar
08
feb
2011
In onda c'è un programma di approfondimento sulle notizie di questi giorni. Tarda serata, quindi si da un po' di spazio alle notizie che non finiscono nell'apertura dei telegiornali.
Appena sento la parola "Judo" lascio perdere il computer e mi piazzo davanti alla televisione.
Gli ideogrammi, pochi, che riesco a leggere tra quelli in sovraimpressione sembrano usciti da altre notizie, non da questa almeno: 114 morti, c'è scritto.
Subito parte un grafico che riporta le statistiche degli incidenti occorsi nei vari sport negli ultimi 28 anni. La colonnina del Judo si staglia su tutte. Sarà almeno dieci volte tanto rispetto alle altre.
Centoquattordici morti in 28 anni di Judo. In alto a destra riesco a leggere ancora qualche kanji e mi rendo conto che la cosa è peggio di quanto sembri. Centoquattordici morti in 28 anni di Judo e le vittime sono studenti di scuola media e superiore. Ragazzini.
Questo è il grafico degli incidenti durante le attività sportive nelle scuole giapponesi.
Qualche politico ha pensato che per risollevare le sorti del Paese sarà necessario nei prossimi anni rendere obbligatorio praticare almeno una forma di Budo durante la frequentazione delle scuole medie e superiori, per formare il carattere e il fisico.
Sembra la stessa idea di Kano Sensei, il fondatore del Judo, ma chissà perchè mi puzza di nazionalismo becero o peggio ancora di una toppa posta su problemi più gravi come il bullismo e i suicidi in età scolare. Il sistema, non solo quello scolastico, è malato e si cerca una soluzione.
In previsione di questa riforma si cominciano a fare i bilanci. Ed esce fuori questa statistica che oltre ai centoquattordici ragazzi deceduti durante gli allenamenti o a causa di essi, dice anche che ben 281 invece hanno riportato lesioni anche gravi e permanenti. Duecentottantuno.
Il servizio si sposta sul caso di una madre, o meglio di suo figlio che dopo un "banale" incidente durante l'allenamento si sente male nel corridoio del Dojo e viene lasciato a sè stesso per ben 40 minuti, fino a quando finalmente viene chiamata un'ambulanza. Oggi il ragazzo è ridotto a poco più di un vegetale, incapace di compiere qualsiasi azione e attaccato ad un respiratore. La mamma diventa promotrice di un movimento che non tenta di abolire il Judo o altre forme di Budo nelle scuole ma chiede maggior responsabilità, controlli e la presenza di personale medico specializzato in modo che non accada più ciò che è accaduto a suo figlio. Non è stato il Judo, ma l'ambiente in cui si svolgeva la pratica. Ma non dovrebbero essere due cose strettamente connesse?
Ancora, ci mostrano il Dojo dove si allenava il ragazzo e l'insegnante ci dice che metà della lezione è incentrata sul prevenire gli incidenti e quindi quasi esclusivamente esercizi di irrobustimento del collo e cadute. Si vedono bambini a gambe divaricate con la testa poggiata al suolo che scrupolosamente fanno esercizi muscolari.
Altro grafico, quasta volta riferito alla Francia dove i praticanti di Judo sono tre volte quelli giapponesi ma non è mai successo niente di simile. Qual'è la differenza, si chiede infine l'annunciatrice del programma?
Io non lo so qual'è la differenza, se nelle strutture e nella prevenzione o se nella differenza di cultura e mentalità, o se perchè i giapponesi tendono ad estremizzare sempre tutto anche quando si tratta di bambini. Ma sto male, non mi sarei mai aspettato una cosa del genere. Vorrei scrivere subito un mio parere ma sono confuso. Per ora condivido con voi questa notizia che ci riguarda tutti indipendentemente dall'arte marziale praticata o dal Paese in cui ci troviamo, perchè dovrebbe spingerci a riflettere sulla nostra pratica ma soprattutto sui margini di sicurezza in cui si svolge solitamente.
Leggi il seguito della storia con gli aggiornamenti di dicembre 2011
http://beno.jimdo.com/2011/12/13/judo-scolastico-in-giappone-pericoloso-ma-obbligatorio/
mer
12
gen
2011
In questo viaggio avrei voluto incontrare diverse persone, tra le quali i miei due Maestri di Aikido che risiedono in Italia: il Maestro Raul Bolanos e il Maestro Guglielmo Masetti ossia nell`ordine colui che mi ha iniziato all`Aikido nel 1994 e portato poi fino allo Shodan e colui che ho avuto come riferimento tecnico dal 2000 fino al trasferimento in Giappone.
Per raggiungere il Maestro Masetti sarei dovuto andare in Emilia Romagna, distanza non impossibile ma difficile da coprire nei pochi giorni del mio soggiorno italiano vista la mole di impegni che comprendeva anche una trasferta a Firenze. Ho dovuto quindi rinunciare con molto dispiacere ad incontrare la persona che piu` di ogni altra mi ha sconvolto la vita aikidoistica. Nel senso buono ovviamente.
Con il Maestro Raul invece non ci vedevamo da ormai dieci anni circa. In realtà anche se tra noi non era mai successo nulla di grave, ad un certo punto siamo passati dal mio quasi vivere a casa sua e con la sua famiglia alla completa mancanza di contatti.
Come spesso succede in occasioni in cui per qualche futile motivo si allentano un attimo i contatti, si lascia passare qualche giorno pensando di aspettare il momento giusto per fare una telefonata, per andare a trovare qualcuno, e poi ci si accorge che sono passate settimane e nell`imbarazzo si aspetta ancora e passano i mesi. E in un attimo sono passati ben dieci anni. Dieci anni in cui ho pensato che se in un certo senso la mia inaspettata "emancipazione" mi aveva anche portato a scoprire altro, a spingermi verso il primo viaggio in Giappone, a conoscere altri insegnanti e scuole di pensiero e a prendermi la responsabilita` dell`insegnamento, dall`altro lato pensavo costantemente a quanto avevo perso, a quanto potevo averlo deluso comportandomi apparentemente come il classico ragazzetto che si monta la testa dopo la cintura nera e abbandona il proprio insegnante. Uno stereotipo alla "Karate Kid" al quale mio malgrado la mia storia calzava a pennello.
In realtà nel periodo in cui persi i contatti con il Maestro successero diverse cose anche dal punto di vista strettamente personale degli affetti e della famiglia. Un periodo di "rivoluzione" che non mi lasciò la lucidità mentale necessaria per rendermi conto di molte delle mie mosse e scelte. Ci furono da parte mia anche le recriminazioni, le rivisitazioni di fatti accaduti, le mille giustificazioni e tutto quello che succede di tipico quando finisce un`amicizia, un amore o un qualsiasi rapporto importante. Ma come mi direbbe il Maestro, non ha senso guardare al passato in questi termini.
Negli ultimi mesi, complice un ritrovato contatto con i suoi due figli, che avevo lasciato alti quanto una mia gamba e che oggi sono due budoka grandi e grossi quanto gentili ed educati, ho avuto modo di riprendere i contatti anche con il Maestro che al mio primo tentativo di spiegare, giustificare e circostanziare le ragioni del distacco mi ha appunto bonariamente bacchettato via email esortandomi a guardare il presente e il futuro senza rimanere incastrato nel passato. Per lui non era cambiato nulla, la sua visione delle cose da un punto di vista più alto e ampio del mio, come per tutti i Maestri con la M maiuscola e per le persone di una certa età, gli aveva permesso di prendere con la massima serenità ciò che a me invece logorava da anni e di rassicurarmi che per lui non era cambiato nulla e che mi aspettava a braccia aperte.
E così è stato. Quando siamo andati a casa sua, quando l`ho potuto di nuovo abbracciare ed ascoltare la sua voce, dieci anni si sono azzerati in un momento. Sono stato accolto come sempre, come accadeva un tempo, come si accoglie un figlio. Grande festa con il Maestro, sua moglie e i figli, un`ottima cena iniziata con Sake giapponese e proseguita con un buon vino rosso prodotto in zona. La serata è stata anche l`occasione per fargli conoscere finalmente mia moglie. Una serata perfetta, passata ricordando i vecchi tempi, aggiornandoci sulle reciproche situazioni attuali, scoprendo che il Maestro e sua moglie non sono cambiati affatto e sforzandomi di accettare che quei due ragazzoni seduti vicino a me fossero gli stessi bambini che avevo lasciato tanto tempo fa.
Una delle serate più belle degli ultimi anni sicuramente. Attesa, desiderata, immaginata mille volte.
E al ritorno, quando tutta la famiglia ci ha riaccompagnati a casa (cane compreso!) il Maestro durante il viaggio mi ha parlato dell`Aikido, della sua pratica attuale, della sua visione sulle scuole, gli stili, i litigi tra maestri....ed ho avuto l`ennesima conferma di essere il frutto di un preciso albero.
Forse è vero che il rapporto con il Maestro ha sempre qualcosa a che vedere con la figura paterna. Credo sia inevitabile in un certo senso, specialmente quando certi percorsi si cominciano in gioventù e si protraggono per diversi anni. E io in un certo senso mi sento figlio di queste due persone e fratello maggiore dei due ragazzi. E so che il sentimento è reciproco.
Attraverso l`Aikido, insegnatomi da quest`uomo per primo e studiato poi con altri Maestri che come lui hanno fatto dell`insegnamento una ragione di vita, ho poi conosciuto tante altre persone meravigliose, scoperto il Giappone, incontrato mia moglie, superato diversi momenti difficili. E oggi grazie all`Aikido, o almeno con questa buona scusa e intercessione, ho avuto l`opportunità di colmare un vuoto che credevo ormai incolmabile, ritrovando nel loro caldo abbraccio e nei loro sorrisi un nuovo stimolo ed esempio per il mio futuro.
Grazie Sensei.
p.s.
Niente paura, tra poco si ritorna a parlare esclusivamente della pratica in Giappone :-)
lun
10
gen
2011
La lezione del 6 Gennaio, quasi alla fine del mio brevissimo soggiorno in Italia, è stata l`occasione per ritrovare vecchi amici e conoscerne di nuovi.
Alla fine molti tra i "prenotati" non sono intervenuti, complice probabilmente il giorno festivo e anche una massiccia influenza che ha lasciato a letto alcuni amici. In ogni caso eravamo in dieci sul tatami e diversi amici e parenti ad assistere alla lezione. Oltre alle famiglie e agli ex allievi che ci hanno fatto compagnia "da bordo tatami" ho ricevuto anche la più che gradita visita di un caro amico e Maestro di Aikido che si è sciroppato 40 km tra andata e ritorno soltanto per venire a salutarmi cinque minuti.
La lezione si è svolta sul tatami del Total Body Center ,"modificato" appena la sera prima per essere in tutto e per tutto un tatami all`altezza di quelli dei Dojo giapponesi, ossia non poggiato direttamente a terra ma su una apposita intelaiatura sollevata che permette di allenarsi in tutta sicurezza anche nelle cadute più pesanti.
Ho iniziato la lezione da un esercizio semplice come il Tainohenko (o Tenkanho) proponendo il test che negli ultimi tempi mi ha fatto impazzire più di ogni altra elaborata tecnica: riuscire a fare il katatedori tainohenko da una presa da fermi più che consolidata e non collaborativa riuscendo a fare dopo il tenkan come minimo almeno un passo in avanti o come esercizio successivo anche indietro, facendo diventare uke "jibun no mono" ossia una "cosa propria", per poi allargare il concetto ad altre situazioni. Questo sarebbe stato un pò il tema della lezione, stabilire il contatto con uke in modo da realizzare veramente l`Aiki e non una serie di movimenti meccanici di evasione o pressione. Mi premeva passare l`esperienza che sto facendo con Takahashi sensei a proposito di quelle tecniche che una volta avrei giudicato "magiche" dove con piccoli movimenti si riesce ad incollare e poi muovere uke a proprio piacimento.
Questa pratica, che dovrebbe essere propria dell`Aikido ma che viene spesso lasciata da parte per inseguire tecnicismi che non apprezzo più, a quanto sembra è invece molto presente in alcune correnti di Aikijujutsu (che ad onor del vero ho "sentito" anche praticando con il Maestro Masetti in Italia).
Gli esercizi successivi sono stati quindi improntati a sviluppare questa "abilità" nelle normali tecniche come i kokyunage ma anche per arrivare ad alcuni controlli e immobilizzazioni a terra che visti da fuori sembrano vere e proprie...burle!
Per rendere poi un pò movimentata la lezione siamo passati ad alcune varianti di koshinage e kokyunage dove le ukemi diventavano un pò più alte e impegnative e con mia sorpresa anche chi avevo lasciato un pò impacciato nelle cadute tre anni fa, si è lanciato senza remore.
Volevo poi passare ad alcuni punti di pressione che a volte "aiutano" a comprendere anche altri meccanismi ed ho introdotto il discorso con il classico Yonkyo per poi proseguire con un "apprezzatissimo" tsubo sul dorso del piede.
Avrei voluto continuare ma tra una tecnica e l`altra si era già fatto abbastanza tardi e c`era in ballo anche la proposta di fare una verifica di esame ad alcuni secondi e primi kyu presenti. La verifica sarebbe stata fatta da Francesco che è il loro insegnante responsabile, io mi sarei limitato a fare da "ospite d`onore".
Tre ragazzi hanno sostenuto l`esame aiutati da altri compagni e compagne che si sono prestati come Uke. Forse complici diversi fattori (sorpresa, stanchezza, emozione...non so...) non sono riusciti a dare il massimo o almeno non quello che ci si aspettava, noi e loro, e l`esame si è concluso con una mia esortazione a cercare di fare meglio per le prossime occasioni. I ragazzi hanno però compreso per primi che avrebbero potuto fare di più e mi sembra che non ci sia stato nessun problema di comprensione.
La serata è poi finita in pizzeria e con le famiglie al seguito, dove finalmente dopo due anni ho potuto mangiare un`ottima pizza napoletana e fare quattro chiacchiere in allegria.
Dal punto di vista tecnico mi ero ripromesso di fare di più e far "assaggiare" altri esercizi che sono oggi la base della mia pratica, di non fare proprio uno stage di Aikido come viene comunemente inteso ma di Aiki andando oltre le classificazioni di scuole e periodi. Sono contento di aver fatto provare a tutti alcuni esercizi come quelli di Kinomusubi sul Tenkan o l`Aikiage e Aikisage (ed egoisticamente sono soddisfatto di averli riscontrati non con i senpai giapponesi abituati a certi "giochetti" ma con chi non li aveva mai provati prima) ma avevo qualche altra freccia da scoccare che e` rimasta inesorabilmente nella faretra...e pensare che mi ero portato dietro anche un antico attrezzo per introdurre il discorso della difesa personale con gli oggetti della quotidianita` del vecchio Giappone...Vabbè sarà per la prossima volta magari. E nel frattempo magari vi parlerò di questa nuova ricerca.
Ultima nota, per chi vedrà le foto e si chiederà il perchè del Keikogi blu, magari pensando ad uno spot per il mio sito di attrezzature, che sia il mio normale abito di pratica o ad un escamotage per distinguermi e tirarmela: niente di tutto questo, era l`unico keikogi decente che mi era rimasto in Italia contrariamente a quanto previsto!
Desidero ringraziare tutti quelli che hanno permesso lo svolgimento di questo incontro, da Francesco ai proprietari della Palestra (e Mauro che ci ha messo lo zampino), gli aikidoka intervenuti e non e anche gli amici, ragazze e famigliari che ci hanno aspettato e accompagnato prima e dopo il Keiko.
Di seguito una gallery con alcune foto della lezione dove appare anche la piccola e bravissima Fabiana, "l`aikipaperotta".
La galleria fotografica necessita almeno della versione Flash 9.0.28!
Intallare la versione aggiornata di FlashPlayer.
mer
22
dic
2010
Leggendo sul web le varie informazioni e discussioni inerenti la pratica dell`Aikido, ci si imbatte inevitabilmente in un mare di parole giapponesi dai significati non sempre chiarissimi, spesso anche per chi le riporta. Se grazie a internet abbiamo sdoganato negli anni i significati di alcune parole spesso travisate come Sensei, Uke, Budo, Irimi e diverse altre, iniziando dalla traduzione e spingendoci addirittura verso la scomposizione degli ideogrammi che le compongono per capirne il significato ultimo e riportarlo nella pratica, e` vero anche che alcuni vizi di traduzione e pronuncia continuano a persistere nei vari Dojo italiani (come l`intramontabile "Judoji" - in realta` correttamente scritto Judogi e pronunciato Judoghi! con sommo sdegno dei puristi e dei pignoli, tra i quali mi ci metto, in un certo senso, anch`io...
C`e` poi chi e` andato ben oltre, imparando perfettamente a memoria lunghe liste di parole e modi di dire che il giapponese medio non riconoscerebbe istantaneamente o addirittura ripetendo a filastrocca le frasi in giapponese di qualche grande Maestro del passato e usandole come una sorta di curioso mantra durante le lezioni.
In ogni caso e` innegabile che per praticare l`Aikido, piano piano una sorta di infarinatura della lingua giapponese possa tornare piu` che utile sia per comprendere dalla traduzione di una parola lo scopo della tecnica, o la sua modalita` ideale d`esecuzione, sia perche` si genera in questo modo una sorta di codice condiviso che aiuta ad intendersi, paradossalmente, in modo quasi piu` efficace rispetto alla propria lingua.
Ma in Giappone come funziona?
Ovviamente qui anche dal punto di vista linguistico tutto quello che da noi e` esotico e` estremamente banale e quotidiano. Se come dicevo in apertura il giapponese medio non ha chiarissima la corrispondenza tra parole come Tanden e la sua esatta localizzazione nel corpo umano o Tenchinage e la sua esecuzione, e` vero anche che una volta associata la parola all`immagine non ha difficolta` a capire il perche` della modalita` di esecuzione di una tecnica che si chiama, per lui chiaramente, proiezione cielo e terra.
Ancor piu` semplicemente tecniche come Kotegaeshi possono non essere chiare come applicazione pratica ma di certo non scambiate con altre dalla traduzione molto lontana (non andrebbero a fare una "proiezione d`anca" al posto di un "girare il polso" insomma). Per non dilungarmi a spiegare l`ovvio, e` pacifico che un giapponese chiami le cose nella sua lingua e che le identifichi piu` facilmente rispetto ad un occidentale.
Questo genera pero` una sorta di rovescio della medaglia, dove a parte alcune convenzioni piu` diffuse, le stesse tecniche o movimenti possono assumere anche nomi estremamente diversi o addirittura...non averne proprio! Alla fine chiamando le cose con nomi "normali" e non solo con delle etichette come siamo costretti a fare noi, capita anche che vengano fuori diversi modi per chiamare la stessa tecnica o movimento.
Come ad esempio quello che per alcuni e` Sokumeniriminage per molti altri viene liquidato in modo generico come Kokyunage, oppure ricordo quando rimasi sorpreso nello scoprire che la misteriosa Tenbinnage altro non era che Tenchinage...arrivato a casa, dizionario alla mano, risulto` che Tenbin e` la bilancia....quella classica con i due piatti per capirci. Chissa` come e` uscito fuori questo Tenbinnage al posto di Tenchinage e se si tratta di uno sbaglio o personalizzazione della persona che me lo ha detto o se c`e` un piu` vasto gruppo di persone che usa questo termine! Certo l`immagine della bilancia ci starebbe anche...ma sono abbastanza sicuro che sia un modo recente di chiamare questo movimento.
Ancora, spesso gli Yudansha del mio Dojo sbagliano i nomi delle tecniche in maniera sorprendente ("mmm....katatedori...ah no scusate, ushiro ryotedori..."! "eh? ma sono due cose totalmente diverse!" penso io...!) mentre altre volte ammettono candidamente di non conoscere il nome della tecnica proposta essendo questa priva di catalogazione. Ma il livello piu` sconcertante e` quando al pari dei principianti occidentali sbagliano le formule di rito, magari scambiando l`iniziale Onegaishimasu con un conclusivo Arigatougozaimashita! In quel caso resto veramente basito considerando che non si parla piu` di tecniche ma di normali frasi di cortesia quotidiana! E` un po` come entrare in ufficio la mattina e invece di "buongiorno!" dire "arrivederci!".
Se ci aggiungiamo anche quando si confondono con il cerimoniale del saluto iniziale e finale, possiamo concludere che noi occidentali siamo piu` che giustificati ogni volta che non ci sovviene il nome di una tecnica o ci confondiamo con i saluti!
In conclusione, studiare anche il giapponese fa sicuramente bene, ma forse come tante altre cose anche la classificazione delle tecniche e` piu` un problema occidentale che dei giapponesi stessi.
gio
16
dic
2010
Qualche giorno fa ho ricevuto una email dal mio Maestro dove mi si chiedeva la disponibilità come Uke per una dimostrazione di Aikido.
Ovviamente ho accettato volentieri, primo perche` mi onora il fatto che il Maestro mi chiami per queste occasioni, confermando che ha capito le mie intenzioni di seguire il suo insegnamento ed accogliendomi quindi come Deshi, secondo perchè la dimostrazione avverrà in una occasione particolare, ossia la visita a Hamamatsu del Ministro per la Cultura e lo Sport del ...Nepal!
La cosa mi incuriosisce davvero tanto, un po` perchè l`Asia, tutta l`Asia, mi affascina da tantissimo tempo (l`avreste mai detto?) ed il Nepal è nella lista dei Paesi dove vorrei prima o poi mettere piede, un po` anche perchè il fatto che un Ministro del Nepal venga a stare qui a Hamamatsu per circa una settimana e che voglia assistere ad un Enbukai di arti marziali lo trovo veramente curioso.
In un primo momento il pensiero più veloce e scontato è stato "Ah, perchè in Nepal l`Aikido non c`è"...pensiero subito smontato come al solito da una veloce ricerca sul web dove il primo risultato indica addirittura un`Associazione di Aikido del Nepal che fa riferimento al Nippon Kan di Gaku Homma Sensei! Addirittura su Youtube c`e` un video dove il Sensei addestra alcuni militari del Nepal! (Quindi le mie speranze di andare in Nepal a dimostrare l`Aikido sono diminuite drasticamente!).
Del resto, approfondendo poi il discorso al Dojo con Takahashi sensei e` venuto fuori che anche questa volta il tutto è stato organizzato dal gruppo del quale fa parte il Sensei insieme alla scuola di Kenpo Kai e quella di Toyama Ryu. Quindi sarà un Enbukai misto dove non ci saremo solo noi due ma anche le altre due scuole come minimo. Ma comunque per l`Aikido soltanto noi due...al punto che il Sensei, preoccupato per l`eventuale lunga durata del nostro spazio in cui avrei fatto da Uke tutto il tempo(circa 30 minuti sembrerebbe), ha poi pensato di chiedere la disponibilità anche al ragazzo americano che viene al Dojo, ma dovendo questi rientrare per le feste al suo Paese sembra che alla fine dovrò "prenderle" solo io anche stavolta.
Il tutto poi si sarebbe dovuto svolgere il 21 di questo mese ma ieri ho ricevuto comunicazione che l`Enbukai sarà il 25 Dicembre. Ho detto subito che per me andava bene comunque e non ci ho pensato più...salvo ricordarmi diverse ore dopo, quando ne ho parlato a mia moglie, che il 25 Dicembre...è Natale! Insomma per la prima volta in vita mia ho dimenticato il giorno di Natale! Brutto segno...non è una cosa bella, proprio no.
Comunque vediamo come va, se riesco ad avere qualche foto carina poi la pubblico su queste pagine.
Intanto oltre che per questa occasione devo prepararmi per la lezione in Italia che probabilmente verrà spostata al 6 Gennaio in una diversa sede, ma di questo ne parleremo presto.
dom
28
nov
2010
Mi soffermo spesso sugli insegnanti ma effettivamente i veri protagonisti del mio Dojo sono quelli che non dirigono mai la lezione, i praticanti "normali", quelli che in un altro Dojo potremmo definire tranquillamente come "gli allievi".
Come gia` detto il nostro Dojo raccoglie gli "sbandati dell`Aikido", nel senso che non c`e` un filo comune tra tutti i praticanti di livello medio alto, praticamente tutti abbiamo iniziato in un diverso Dojo (ok, io per forza!), con un diverso stile e Maestro e di conseguenza abbiamo sviuppato diverse abitudini e convinzioni. Veri e propri Ronin insomma.
Ogni tanto mi piacerebbe raccontare di qualcuno di loro e ci provo questa volta cominciando da uno dei piu` caratteristici, che chiameremo Montagna d`Autunno, proprio come la traduzione del suo cognome.
Montagna d`Autunno e` un anziano signore, over 70, che solitamente viene a lezione il martedi. Non e` uno yudansha ma ormai, indipendentemente dalle capacita` tecniche, e` uno dei senpai del Dojo e a parte il ragazzo americano che e` un primo kyu, e` in un certo senso il "gran capo" dei mudansha.
Montagna d`Autunno ad essere schietti non e` bravo. E` rigido, fa sempre le cose come meglio crede e non come andrebbero fatte, dispensa comunque consigli non richiesti anche agli yudansha e durante il riscaldamento prima del keiko non fa altro che chiacchierare girando per il Dojo in cerca di un pretesto per attaccare bottone. Insomma, non e` il compagno di pratica con il quale vorresti ritrovarti in coppia quando vuoi praticare in modo intenso.
Eppure Montagna d`Autunno e` il piu` forte di tutti, in un certo senso.
Lo si vede al Dojo piu` spesso in autunno e in inverno che nei mesi caldi (eh gia`, con quel cognome!). Arriva al Dojo tutto imbacuccato con il berretto ben calzato fino agli occhi, la sciarpa che fa diversi giri e qualche bel cappotto o giaccone lungo. A ben guardare ha proprio un bel portamento, e` alto e magro e anche i vestiti che indossa non sono affatto dozzinali. Qualche volta e` venuto con cappotto e cappello, in stile classico, formale, e li` traspare la prima caratteristica di Montagna d`Autunno: e` un ex pezzo grosso di una non meglio precisata azienda. Se sia in pensione o meno non mi e` dato saperlo, perche` qui anche quando si ritirano in pratica continuano a lavorare lo stesso sotto altre forme e ruoli, ma tra una chiacchiera e l`altra mi e` sembrato di capire che le cose stanno piu` o meno in quel modo. Ha gli occhi che ti passano da parte a parte e al tempo stesso gentili, bei capelli bianchi curati e spalle larghe.
Montagna d`Autunno parla inglese, decisamente meglio di tutti gli altri membri, ed e` sempre a chiacchierare dopo il keiko con il ragazzo americano che altrimenti non parlerebbe con nessuno.Gli parla di politica, delle ultime notizie, dei suoi viaggi anche recenti in America.
Cosi` come a me parla di cose incredibili, come del film "Il Padrino", di Berlusconi, del PIL e addirittura di quando Ilona Staller entro` in politica! Pensate di stare in un Dojo in Giappone pronti ad iniziare la lezione di Aikido e all`improvviso un vecchietto vi si avvicina dicendovi a bruciapelo "Eh, da voi addirittura Cicciolina - gia`, dice proprio Cicciolina! - era una parlamentare" ! Altro che atmosfere orientali e concentrazione! Sembra quasi una Candid Camera!
Montagna d`Autunno inoltre e` un artista, dipinge quadri coloratissimi, un po` naif, e qualche volta espone addirittura nelle gallerie di quartieri eleganti come Ginza a Tokyo.
Montagna d`autunno non e` un anziano qualsiasi.
E non e` al Dojo in maniera inconsapevole, per capirci.
Eh si`, perche` oltre a tutto questo Montagna d`Autunno e` anche, sorprendentemente, una cintura nera di Judo.
Chi l`avrebbe mai detto...
E infatti durante la settimana continua ad allenarsi in un altro Dojo e qualche volta te lo ritrovi sul tatami, come l`altra sera ad esempio, a massaggiarsi una gamba diventata blu per qualche Ashibarai di troppo, mentre altre volte mette il Judogi che usa da tempo, quello vecchissimo tutto strappato che tradisce l`intensita` e gli anni della sua pratica. Un paio di volte ha sbagliato "set" ed e` venuto con la cintura nera. E gli dona, quasi quanto il cappotto.
Eppure Montagna d`Autunno e` rigido. E non e` bravo come aikidoka. Non e` il vecchietto che si muove meglio di un giovane, quello che vedresti bene in un film pieno di stereotipi sugli anziani orientali.
Pero`... qualche sera fa, siamo capitati in coppia a praticare Koshinage. Il Maestro ha esortato tutti a provare la corretta esecuzione della tecnica anche senza proiettare. Allora alle mie prime due ripetizioni con Montagna d`Autunno l`ho soltanto appoggiato sulle mie anche a poi l`ho fatto scendere dallo stesso lato dal quale era salito, praticamente in piedi. Molto delicatamente, con la paura che proiettandolo avrei fatto la solita figura del giovanotto che non si adatta alle situazioni, o meglio alle persone. E difatti anche lui ha fatto cosi` con me, apparentemente confermando per tutta la sessione che preferiva allenare Koshinage in quella maniera.
Anche stavolta mi ha dato consigli su come facevo il taisabaki e il kuzushi...mentre lui come sempre faceva tutt`altro! Ok, il solito allenamento con gli anziani, ho presuntuosamente pensato.
Poi ad un certo punto Montagna d`Autunno mi dice qualcosa su una proiezione del Judo, e prima che nella mia testa si formi la traduzione di cio` che ho sentito, mi prende la manica sinistra del Keikogi con la sua mano destra, la porta in alto come l`arbitro alza la mano del pugile che ha vinto, ed entrando fluidamente e velocemente mi alza da terra come un fuscello e mi ritrovo orrizzontale sulla sua schiena ad un millimetro dall`essere proiettato dall`altro lato. Oddio che ha fatto? Mi rimette giu` sorridente, con la faccia tipo "non ti preoccupare non ti lancio".
A questo punto mi viene il dubbio che il mio scrupolo iniziale fosse veramente fuori luogo e che per tutto il tempo dell`esercizio precedente abbia pensato che fossi io a non voler essere proiettato. Insomma ancora una volta l`apparenza mi ha ingannato...
Come quando alla mia primissima lezione all`Honbu Dojo mi ritrovai a fare Iriminage con un vecchietto che negli spogliatoi mi aveva colpito per l`apparente fragilita`, con il suo portamento dimesso e la graziosa camicetta a quadratini rossi.
Me lo ricordo bene quell`Iriminage, Sokumen Iriminage per la precisione: volai di almeno due metri indietro sbattendo la testa come neanche al primo giorno di pratica mi era mai successo!Fu un bello shock e pensai subito che avevo bisogno di azzerare le mie convinzioni e stare all`erta se volevo finire almeno quel primo allenamento!
Ma evidentemente ad oggi non ho ancora imparato la lezione!
Nonostante tutto Montagna d`Autunno come Aikidoka continua a non essere bravo. Ma a pensarci bene, a piu` di 70 anni cosa significa essere un bravo Aikidoka?
Montagna d`Autunno oggi e` sul tatami e ancora riesce a sorprendere noi giovani. E noi, alla sua eta`, saremo ancora sul tatami? Saremo, finalmente, "bravi aikidoka"?
lun
30
ago
2010
La storia dell`Aikido, fin dai primi decenni dalla sua "codificazione", lo vede diviso in scuole e didattiche spesso molto simili tra loro ma ancor piu` spesso con vedute profondamente divergenti anche su quelli che sono comunemente intesi come pilastri fondamentali della pratica, creando a volte anche forti contrasti tra scuole e praticanti.
Non staro` qui a fare una disamina sulla storia della diversificazione dell`Aikido in Giappone e nel mondo, sia perche` c`e` gia` molto materiale in merito sia perche` il proposito principale di questo blog non e` quello di esternare soltanto il "Beno-pensiero" sull`Aikido quanto quello di portare una piccola testimonianza sulla situazione dell`Aikido in Giappone, almeno "dal lato della montagna che vedo io". Anzi, a proposito di montagne, sapete che addirittura il Monte Fuji simbolo del Giappone che dovrebbe riunire simbolicamente lo Yamatodamashi, ossia lo spirito dei giapponesi fin dai tempi antichi, e` oggetto da secoli di una diatriba tra gli abitanti del lato dell`attuale prefettura di Shizuoka (quella dove abito io) e quella di Yamanashi? Praticamente le due "fazioni" che hanno al centro della loro linea di confine proprio la grande montagna, in passato come ora rivendicano di vedere dalla loro prospettiva il lato "omote" del Fuji, ossia la facciata frontale mentre gli altri, poverini, devono accontentarsi di quella "ura" ossia posteriore...e pensare che il Fuji e` quasi perfettamente conico!
Facendo un ingeneroso paragone, credo che l`Aikido soffra della stessa sorte del Fuji e che nonostante la sua rinomata "sfericita`" e capacita` di "armonizzarsi con l`altro" sia destinato anche in Giappone a rimanere diviso in spicchi dove ognuno credera` sempre di vedere il lato giusto.
Come detto piu` volte, il dojo che frequento e` animato (parola grossa se riferita alle lezioni in cui ci si ritrova in tre persone!) da diversi stili di Aikido e quindi ogni lezione ci si ritrova a dover seguire modalita` anche contrastanti con quelle, ad esempio, della lezione precedente. Questo non e` un grosso problema per la maggior parte dei partecipanti in quanto a memoria conto almeno una ventina di persone durante l`anno di cui un buon 95% e` gia` Yudansha e, teoricamente, capace di adattarsi ad un kihon diverso. Nonostante tutto pero`durante le spiegazioni viene sempre fatto un fastidiosissimo annuncio, che potremmo a questo p unto definire "aiki-disclaimer", che piu` o meno e` il seguente: "nello stile XYZ si fa cosi` ma noi oggi lo facciamo cola`. Non voglio dire che lo stile XYZ sia sbagliato, anzi quel modo ha molti meriti ma nella mia scuola si fa in quest`altro modo perche` in questa situazione che stiamo studiando e` meglio fare cola` invece di cosi`, in quell`altro modo non va bene". Lo avete gia` sentito vero? Magari anche con qualche critica, battutaccia o peggio, riferita alla modalita` tipica "dell`altro stile"... Ecco, sappiate che succede anche qui, tranne che la battutaccia di solito bisogna tirarla fuori con le pinze a quattr`occhi e alla fine sembra pure che l`hai detta tu e non il Maestro!
Ricordo ancora lo shock quando mi sono iscritto e hanno cominciato a correggermi ogni piu` piccolo particolare secondo lo stile di Iwama... e poi dopo poche lezioni, praticando con tutto me stesso questa modalita` per me nuova, vedermi di nuovo correggere tutto secondo lo stile del Kobayashi Dojo...e via cosi` col passare dei mesi e l`alternarsi delle scuole, corretto anche non solo dall`insegnante del giorno ma addirittura dal senpai di turno che magari praticava come stile principale una scuola diversa da quella proposta in quell`occasione!
Ricordo anche, dopo quasi un anno di pratica, l`invito del Kaicho ad andare ad un seminario a Nagoya perche` voleva mostrarmi "il vero Aikido"...ovviamente quello del suo stile...come se fino a quel giorno sia io che gli altri avessimo praticato se non l`Aikido falso, sicruamente quello "non vero"!
Ho avuto un po` di problemi e anche delusioni a causa di questo modo di fare, sono sincero...spesso ho pensato di dirigere il mio sguardo verso attivta` o codificate in un unico modo, come le Koryu o molto piu` libere come gli sport da combattimento, dove una delle due caratteristiche fosse almeno prevalente e costante...
Ad un certo punto ho preso una decisione: avrei fatto quello che mi veniva proposto, che lo ritenessi valido o meno, fino a padroneggiarlo. Poi l`avrei riprodotto, per scoprirne il nocciolo, il punto in comune con le varie modalita`proposte, e poi infine avrei fatto a modo mio, lasciando fluire il "succo" di quanto appreso. Con una ventina di anni di pratica sulle spalle ho pensato che potevo permettermi, per una volta, di fare a modo mio e che i tempi per "capire" potevano ridursi sensibilmente rispetto ad un esordiente.
E, devo dire, che la cosa recentemente inizia a funzionare. Riproduco fedelmente nella forma e nel contenuto (per quanto posso ovviamente) cio` che prevede il tale stile e poi appena "va bene" lo adatto a me stesso e all`uke con cui lavoro.
E finalmente mi diverto. A mia moglie, quando chiede come va la pratica ultimamente, ho riassunto la nuova strada intrapresa con un poco umile "bene bene, meno tutti, faccio come mi pare"! In realta` la strada per "menare tutti" non e` cosi` semplice e non e` neanche il mio scopo, ma diciamo che sintetizzando quella frase rende l`idea della situazione attuale!
Discorso a parte, per fortuna, quello delle lezioni con Takahashi sensei, perche` e` lui stesso ad invitarmi a liberarmi di qualsiasi forma, ammettendo infatti che il suo non e` un lavoro che si possa proporre a chi ancora sta costruendo una base, un punto di vista come minimo a partire dallo shodan. E li` mi accorgo che nonostante il rifiuto per le classificazioni e gli stili, alla fine una mia forma, con tutti i difetti che ha, l`ho nel bene e nel male costruita inconsciamente e non e` difficile liberarsene per lasciar spazio a movimenti ancor piu` naturali e liberi da vizi e abitudini. Sara` questo "costruisci e distruggi per poi ricostruire" che continua a tenerci sui tatami?
E io che pensavo che in Giappone avrei trovato qualche risposta! Alla fine di "orticelli" ce ne sono tanti anche qui, molti veramente senza motivo di esistere e le divisioni tra le scuole e gli stili sono forse ancor piu` numerose di quanto si pensi, molte delle quali ancora poco conosciute fuori dal Giappone. Spero di poter parlare presto di almeno un paio di quelle che ho conosciuto meglio in questo periodo.
mer
18
ago
2010
Allora, eravamo arrivati al momento delle pulizie. Normalmente nella maggior parte dei Dojo le pulizie sono leggermente piu` accurate di quelle che svolgiamo noi e sicuramente decisamente piu` frequenti di quelle che "sembra" svolgano ogni tanto i gruppi del Kendo e del Judo scolastici.
A differenza di quanto ho visto all`Honbu di Tokyo, le pulizie qui si svolgono soltanto prima della lezione mentre quando si va via si lascia tutto piu` o meno cosi` com`e`. Se all`Honbu questa esigenza nasce anche dal fatto che le lezioni si alternano con intervalli di 30 minuti ed e` piu` logico che chi ha appena finito lasci la sala pulita a chi sta arrivando, da noi con giorni e orari molto diversi e soprattutto "grazie" ai ragazzini della sucola, succede che si trovi sul tatami e nei locali adiacenti un po` di tutto quello che non si vorrebbe trovare dove si cammina a piedi nudi o dove poco dopo si finira` con tutto il corpo, faccia compresa. Immancabile ad esempio la polvere di gesso della grande lavagna dove gli insegnanti spiegano tecniche e terminologia del Judo e del Kendo ai giovanissimi studenti. Dal canto nostro quindi il minimo che si puo` fare e` prendere i grandi spazzoloni e prima ancora di cambiarci passare tutto il tatami raccogliendo tutta la sporcizia che finira`...fuori dalle grandi porte finestre che danno sul parcheggio!
Insomma, si potrebbe fare sicuramente di piu` ma sembra che ormai questa sia la regola non scritta. Dal canto mio ultimamente con ramazza e raccogli immondizia do una passata acnhe al corridoio dove ci cambiamo e nelle ultime settimane un nuovo arrivato ha cominciato ad imitarmi!
Per il resto il Dojo avrebbe bisogno di una bella pulizia generale secondo me, ma paradossalmente se la proponessi io, straniero e arrivato da pochi anni, sarebbe un atto di scortesia!
Finite le pulizie ci si puo` quindi cambiare, mentre arrivano tutti i ritardatari che o per il lavoro e per un perfetto quanto sospetto timing non arrivano mai in tempo per questo compito (secondo me qualcuno ne ignora proprio l`esistenza). Mentre ci si cambia si depositano i 300 yen giornalieri in una scatolina e si segna la propria presenza su una sorta di registro.
Quando finisce la lezione, si spengono prima le luci della sala dove si svolgono le lezioni e ci si cambia piu` velocemente possibile, perche` di norma ci si aspetta per uscire tutti insieme e quindi si cerca di non far aspettare gli altri. Finalmente fuori, al buio piu` completo del cortile della scuola, ormai perfetto per un film del filone "Horror-scolastico" ci si saluta con le solite frasi di rito.
Quando iniziai a praticare in Italia con il Maestro Bolanos, che era avvezzo alla vita nei Dojo giapponesi o gestiti da maestri nipponici, tutti gli studenti avevano nella loro "attrezzatura" scopa e paletta, acquistata in proprio e obbligatoria, prima ancora del possesso delle armi in legno. Alcuni storcevano un po` il naso, perche` praticando in una palestra con diversi corsi, la classica sala di Body Building eccetera e pagando un mensile, pretendevano forse che le pulizie fossero un`incombenza riservata a personale specializzato. Eppure pulire il Tatami prima e dopo la lezione faceva parte dell`allenamento, era una sorta di rito (e non mancavano neanche le occasioni per sottolineare le similitudini tra l`uso e l`impugnatura morbida del Jo cosi` come per la scopa...la maggior parte di noi maschietti non aveva che una vaga idea di come si ramazzasse una stanza...). Purtroppo queste sono abitudini quasi assenti in occidente e che forse con il tempo cambieranno anche in oriente.
mar
10
ago
2010
il dojo di Hokubo Chugakko
Sperando di far cosa gradita a chi e` interessato al funzionamento e all`organizzazione di un piccolo dojo giapponese, inauguro una serie di articoli dove provero` a spiegare proprio questo, cominciando dalla situazione che conosco meglio, ossia il dojo dove pratico attualmente.
Come spesso accade in Giappone, se il dojo non e` di proprieta` di una grossa scuola di arti marziali o di una ditta, si tratta quasi sempre di strutture interne a scuole medie, superiori e universita`, pubbliche o private che siano. Chiaramente i primi che ne usufruiscono sono appunto gli studenti dei club scolastici e universitari ma spesso queste strutture vengono "sub-appaltate" a organizzazioni o persone di fiducia per lo svolgimento di ulteriori corsi in altri orari.
Nel nostro caso la Hamamatsu Aikido Kai sembra avere una buona reputazione, tant`e` che ci sono almeno tre dojo nell`area della citta` o appena fuori che funzionano in questo modo. Il dojo che frequento io e` alle spalle della Shizuoka Daigaku (universita`) ed e` situato all`interno di una scuola media, la Hokubo Chugakko.
Prima di iniziare la descrizione del posto, delle attivita` e delle regole e abitudini relative a questo dojo, credo sia necessario spiegare prima come funziona l`organizzazione dell`Associazione dal punto di vista economico/organizzativo, almeno a grandi linee.
Intanto c`e` da dire che nessuno percepisce denaro e che si tratta di una situazione totalmente autogestita. L`associazione e i suoi dojo sono riconosciuti dall`Honbu Dojo di Tokyo ma non ci si deve iscrivere all`Aikikai per farne parte, cosa che si rimanda praticamente al primo esame di Shodan. questi esami vengono amministrati una volta l`anno da uno Shihan che viene a tenere un Koshukai direttamente in uno dei dojo locali.
Si paga quindi una quota annuale di iscrizione di 4000 yen (circa 35 euro) e un`assicurazione sportiva di 1500 yen (circa 13 euro).
Ad ogni allenamento al quale si partecipa si contribuisce con 300 yen (circa 2.60 euro), tutti nessuno escluso indipendentemente dal grado o ruolo. Questi soldi vengono utilizzati fondamentalmente per i contributi alle strutture che ospitano i corsi e probabilmente per la venuta dell`insegnante da Tokyo una volta l`anno, anche se immagino che in quel caso il piu` sia a carico dell`Aikikai.
All`interno dell`Associazione ci sono il Kaicho, ossia il "capitano" e un "vice" che insegna in un altro dojo. Questi si occupano principalmente di tenere in piedi il tutto dal punto di vista organizzativo e sono l`equivalente di un presidente di associazione sportiva. Sono tra l`altro i fondatori dell`associazione.
Tornando al dojo, l`ala della scuola media e` quella posteriore, quella cioe` di servizio dove trovano appunto posto il dojo, la palestra con i campi da basket e pallavolo, i campi da tennis e il campo da baseball. Questa e` un po` la dotazione minima tipica di tutte le scuole giapponesi, anche di quelle piu` male in arnese come quella dove ci alleniamo noi.
Quando si arriva al dojo, passando per una stretta stradina costeggiata dagli uffici della scuola e case private, si entra in un piccolo parcheggio dove posteggiamo noi dell`Aikido e un gruppo di signore che il martedi gioca a pallavolo o qualcosa di simile. Piu` raramente ci si incrocia con qualche studente che ha appena finito gli allenamenti, mai con quelli dei club di Judo o Kendo, visto che ufficialmente "apriamo" alle 19:00 di ogni martedi e giovedi.
Il locale che fa da anticamera al Dojo e` un lungo corridoio pavimentato in legno dove ovviamente si entra senza scarpe, motivo per il quale il proliferare di ciabatte tipico dei Dojo occidentali non c`e`. Quindi niente zoori insieme al keikogi quando si prepara la borsa!
In questo corridoio ci spogliamo e prepariamo prima di entrare nel Dojo vero e proprio. Non ci sono docce, ma sembra che nessuno se ne preoccupi visto che poi si torna a casa e si fa il consueto bagno serale giapponese. Ci sono per fortuna i bagni, anche se non pulittissimi, e una stanzetta dove si cambiano le donne che pero` immancabilmente entrano o escono quando siamo quasi tutti in mutande! Ma anche qui, nessuno sembra preoccuparsene, a cominciare dalle ragazze...
Prima di iniziare a cambiarsi pero`, una volta accese le luci, si comincia con l`apertura delle finestre e le pulizie del dojo...(continua)
lun
09
ago
2010
Sabato 7 Agosto insieme al mio insegnante di Aikido ho partecipato ad un Enbukai, il primo da quando sono qui in Giappone.
Si trattava di un evento organizzato in occasione della visita delllo Shibu Dojo europeo della Kenpo Kai, un`organizzazione internazionale che propone una forma di Kenpo che non conoscevo e che ha niente di meno che il suo Honbu Dojo qui a Hamamatsu.
La delegazione era formata da una trentina di persone con parenti annessi, e a parte 3 francesi si trattava esclusivamente di atleti spagnoli, a cominciare dal loro maestro che e` il responsabile europeo e il vice dell`organizzazione giapponese. La domenica avrebbero partecipato ai Mondiali di Kumite della loro disciplina (sempre qui a Hamamatsu! chi l`avrebbe mai detto...) e per l`occasione era stato organizzato questo sabato marziale con la presenza ovviamente del loro Soke, di noi due (!) dell`Aikido e del Dojo di Toyama Ryu Iai-do della citta`.
In pratica il mio insegnante, Takahashi sensei, l`anno scorso e` stato, come insegnante, ospite loro in Spagna tramite un`associazione di Budo di cui e` membro, e in questa occasione restituiva oltre all`aiuto logistico anche ulteriore esperienza con una lezione-dimostrazione di Aikido per la quale mi ha chiamato come uke/assistente.
La giornata si e` svolta abbastanza tranquillamente, cominciando con un loro leggero keiko in virtu` degli esami di Dan che si sarebbero svolti nel pomeriggio. Kihon, Kata, ripasso e un po` di ginnastica, il tutto sotto la guida di un gruppetto di insegnanti e yudansha giapponesi.
Verso meta` mattinata il nostro momento, in cui Takahashi sensei si proponeva di mostrare Aikido, Aikijujutsu e Goshinjutsu. Alla fine pero` il tutto si e` risolto in una dimostrazione di circa un`ora e mezza con me che venivo sballottato da una parte all`altra del tatami, colpito, affettato e bloccato in diverse maniere, comprese alcune dimostrazioni di kinomusubi, effettuate con due piccoli palloni e addirittura un asciugamano al posto del normale contatto fisico. Un`ora e mezza intervallata soltanto dai momenti per le traduzioni (compresi due non meglio identificati momenti in cui, non ho capito perche`, mi e` stato chiesto di spiegare in italiano quanto diceva il maestro e un altro in giapponese alla traduttrice giapponese...il tutto di fronte ad una platea composta al 99% da spagnoli!) e altri due intervalli di pratica per tutti dove forse effettivamente si poteva scegliere un lavoro piu` coinvolgente rispetto allo studio delle linee su un`entrata tipo kotemawashi.
A seguire c`e` stato il pranzo con servizio di catering a base di gyuudon direttamente nel teatro/dojo dove si svolgeva l`evento.
Appena ci siamo ricomposti sono apparsi i membri del Dojo locale di Iai-do Toyama Ryu. Presentazione di rito e poi nell`ordine i kihon e i kata della scuola, poi l`allestimento dei tatami arrotolati sui piedistalli per l`esibizione di taglio con spade affilate. Esibizione molto bella, dove nonostante qualche piccolo imprevisto abbiamo potuto vedere all`opera tutti i presenti in diverse prove di taglio tutte molto particolari con molti tagli rovesciati e kata dove si colpivano i rotoli anche di Tsuki dritti e rovesciati, cosa che non sapevo venisse applicata in questo contesto.
Tre rappresentanti del Kenpo Kai che nel pomeriggio avrebbero sostenuto l`esame di Dan, comprensivo di alcuni kata di Iai della loro scuola, hanno avuto il piacere di provare a tagliare veramente sotto la guida del Maestro di Toyama Ryu utilizzando la sua spada.
Dopo la dimostrazione il Maestro ci ha mostrato alcune spade d`epoca montate in shirasaya. Quella che ho avuto il piacere di maneggiare un po` era di epoca Muromachi, in perfetto stato di conservazione e bella come solo le spade vere sanno essere...!
Il Maestro mi ha invitato ad andare a praticare nel suo Dojo e spero davvero di poter cominciare questa nuova esperienza, anche se ormai le cose che vorrei fare non si contano neanche piu`...
Infine, e` arrivato il momento degli esami di Dan dei ragazzi del Kenpo Kai ("momento" lunghissimo ed estenuante a dire il vero per noi spettatori non legati da parentela con gli esaminandi!) , esami ai quali hanno partecipato una decina di persone. Kata singoli e in coppia, Kata di Iai, prove di rottura di tavolette, pietre eccetera. Credo che il sistema dei Dan sia in qualche modo differente dal solito perche` ho visto persone ricevere tramite esame titoli di yondan, godan e rokudan shihan.
Alla fine solita foto di rito alla quale non si puo` dire di no e ritorno a casa, almeno per me e mia moglie che c`entravamo veramente poco in tutta la situazione. Il giorno dopo tutta la truppa, noi esclusi ovviamente, avrebbe passato un`altra lunghissima giornata di gare internazionali.
In conclusione sono molto felice del fatto che Takahashi sensei mi abbia scelto come suo assistente, un po` meno che l`occasione e il target non fossero i piu` adatti per proporre il lavoro che porta avanti che e` un po` ostico per chi pratica altre discipline e comunque non proponibile sulla breve distanza.
Sono rimasto piacevolmente colpito anche dalla scuola di Iaido Toyama Ryu e dal suo maestro e come gia` detto chissa` che non inizi una nuova esperienza parallelamente al percorso che sto iniziando con Takahashi sensei (oltre ai normali allenamenti al Dojo con i vari insegnanti/senpai).
Del Kenpo Kai non so ancora cosa dire, se da una parte mi ha colpito la passione e la dedizione di questi ragazzi, dall`altra mi rendo conto che cerchiamo cose totalmente differenti e che il senso del Budo lo viviamo in modo diverso. Probabilmente anche loro avranno visto nella nostra dimostrazione un giapponese e un italiano che a momenti concordati si lanciavano senza motivo in spettacolari cadute, chissa`....
Come arte marziale questo Kenpokai e` relativamente giovane, origini in arti cinesi e non meglio precisati fondatori di inizio 900, riorganizzata negli anni 70 e apparentemente molto simile a certi metodi di jujutsu federale che ci sono anche in Italia, dove sembra che ad un Karate meno approfondito vengano affiancati anche elementi di altre discipline di lotta, armi eccetera. Che poi tutto questo abbia il beneplacito di un Honbu giapponese e` ulteriore prova di quanto distorta sia la prospettiva occidentale che tutto quello che succede qui e` garantito per il solo fatto che...succede qui, senza tenere conto che anche qui ci sono gli equivalenti dei grandi maestri/super organizzatori/factotum italici, solo che hanno gli occhi a mandorla!
Di certo questa forma di Kenpo e` molto differente, nonostante le apparenti similitudini, dallo Shorinji Kenpo con il quale a prima vista si potrebbe confondere. Ma alla fine non mi sento di dare un giudizio definitivo e preferisco pensare che nel bene e nel male tutti stiamo facendo del nostro meglio. Vorrei vedere un po` piu` all`opera i praticanti giapponesi prima di parlare, visto che in qualche momento ho intravisto impostazioni differenti anche di semplici kihon.
Una nota e un plauso per il Maestro spagnolo che se per tutto l`esame e` stato molto duro ai limiti dell`antipatia, si e` rivelato poi una sorta di papa` un po` scorbutico ma innamorato dei suoi figlioli e molto gentile con tutti gli altri. Sicuramente la sua dedizione e` da apprezzare e in qualche modo ne comprendo anche l`atteggiamento in sede d`esame.
Nella gallery qualche foto della giornata.
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Intallare la versione aggiornata di FlashPlayer.
mar
03
ago
2010
Dieci anni fa, quando ancora non avevo mai partecipato ad un allenamento in un Dojo giapponese, ero combattuto tra il grande desiderio di fare quest`esperienza e la paura di non esserne in qualche modo all`altezza.
Nonostante i miei insegnanti fossero stati allievi diretti di maestri giapponesi importanti e si fossero allenati in Giappone per diverso tempo, nonostante fossi abbastanza sicuro che quello che mi avevano insegnato non differisse di molto dalla pratica nei Dojo del Sol Levante, avevo comunque un malcelato timore che la pratica si svolgesse secondo canoni e modalita` a me sconosciute, e nonostante la mia ancora scintillante cintura nera, mi sarei trovato come al primo giorno al dojo, immobile mentre tutti gli altri sapevano cosa fare.
Negli anni parlando con altri praticanti anche di alto grado che desideravano allenarsi in Giappone, ho constatato che anche se in forme diverse e` un timore abbastanza diffuso.
In realta`, la prima esperienza fu quella presso l`Honbu Dojo dell`Aikikai, a tokyo nel 2001 e non fu cosi` traumatica come temevo.
C`e` da dire che i miei insegnanti, il Maestro Bolanos prima e il Maestro Masetti poi, mi avevano spiegato chiaramente la situazione ma come in un rapporto padre-figlio, era necessario che per "credere" al genitore il figlio dovesse sbatterci il muso di persona.
Per quanto riguarda l`Honbu Dojo, il fatto che la sua struttura sia organizzata per accogliere studenti da tutto il mondo e con diverse esperienze, fa si` che che tutto cio` che temevo fosse stato ampiamente superato da tempo e che la pratica sia veramente fruibile da tutti a tutti i livelli, barriere linguistiche incluse. Certo che avere un minimo di tecnica e di flessibilita`, e, se non la padronanza di una lingua straniera (inglese o giapponese), almeno un po` di immaginazione e voglia di capire, aiuta un bel po`.
Come risaputo, diversi insegnanti si alternano nelle varie ore durante la settimana e sia in base alle preferenze che alle disponibilita` di orario molti gruppi si dividono in base a questa tabella. Nelle classi appaiono di continuo elementi nuovi, persone che si fermeranno in Giappone per periodi brevissimi come decisamente lunghi. Anche gli insegnanti lo sanno e portano avanti lezioni che hanno il pregio di lavorare le tecniche ad un livello dove tutti abbiano comunque "da fare" ma in cui chi segue da tempo una certa didattica possa anche approfondire.
Vista la natura di queste lezioni, buttarsi nel gruppo e semplicemente eseguire la tecnica proposta dall`insegnante non crea poi troppi problemi. Solitamente lo studente "temporaneo" non viene chiamato come Uke durante la spiegazione, ne` ci sono momenti in cui viene isolato e chiamato a rispondere a qualsivoglia richiesta. Deve semplicemente limitarsi a guardare e possibilmente riprodurre nello stesso modo.
Questa didattica, da molti letteralmente "schifata" e tacciata di superficialita`, ha pero` il grande pregio di permettere a tutti di apprendere secondo le proprie capacita` ed eventualmente decidere di approfondire seguendo nel tempo lo Shihan anche nelle lezioni in altri Dojo privati dove si approfondisce la didattica del singolo insegnante, potendo contare su un gruppo di habitue`.
Letteralmente lasciata fuori da ogni allenamento all`Honbu Dojo e` la pratica con le armi, il cosiddetto Buki Waza. Se in ogni Dojo del Giappone ci si reca a lezione portando con se` la sacca con Bokken, Jo e Tanken, all`Honbu Dojo non vedremo mai qualcuno portare altro che il Keikogi. Una piccola rastrelliera posta in un angolo presenta qualche bokken, solitamente a disposizione dell`insegnante per spiegare qualche parallelo tra il Taijutsu e il ken o preso da qualche senpai che nella mezz`ora di transizione tra una lezione e l`altra sente la necessita` irrefrenabile di utilizzare i legni.
Tra le paure che nutrivo per gli allenamenti in Giappone, al primo posto c`era proprio quello, abbastanza ingenuo forse, di trovarmi a dover seguire chissa` quale Kata di armi senza sapere che pesci pigliare. Questo perche` nonostante le armi siano state sempre parte integrante della mia pratica, anche successivamente, non ho mai frequentato scuole di Aikido con una didattica "finita" come ad esempio il filone di Iwama o comunque le scuole che si rifanno al metodo di Saito sensei, al Kashima ryu o altro.
Come gia` spiegato, questa paura si rivelo`, nel caso dell`Honbu dojo, infondata e superflua.
Diversi anni dopo pero` , cominciando a praticare presso il mio attuale Dojo qui a Hamamatsu, il problema si ripresento` e questa volta quelle che erano le mie "paure" avevano finalmente ragione di esistere. Fortuna pero` che pur non avendo acquisito le sequenze necessarie per formare dei Kata, un robusto lavoro di Kihon sia di Bokken che di Jo e dieci ulteriori anni di crescita personale (nel bene e nel male!) mi hanno portato a non vedere piu` l`argomento come qualcosa da temere ma piuttosto come un nuovo campo di studio, un approfondimento, un mettermi in riga e, perche` no, a volte anche come una immensa scocciatura!
Nel dojo che frequento in realta` succede un po` come all`Honbu Dojo, non c`e` un insegnante unico e capita di allenarsi in diversi stili di Aikido, spesso con molti punti in comune ma anche profonde differenze. Denominatore comune pero` sembra essere il Buki Waza codificato da Saito sensei, che come ho detto prima non avevo studiato affatto.
Piuttosto che "spiegare" agli insegnanti e ai senpai che sia in Europa che in Giappone esistono ora piu` che mai diversi modi di affrontare l`argomento Buki Waza e che benche` non fosse propriamente Aikiken o Aikijo avevo studiato le stesse armi in altre forme (includendo le esperienze di pochi anni di Iaido e Katori Shinto Ryu) ho preferito optare per la versione breve : "In Italia non facevo quasi mai Buki Waza, praticamente solo Taijutsu". Una bugia, ma considerando che la maggior parte di loro non conosce molti degli stili e degli insegnanti di Aikido a livello mondiale, piuttosto che avventurarmi in un discorso dove alla fine il risultato sarebbe comunque "il gaijin non ha studiato Buki Waza" ho preferito cambiare i fattori in virtu` di un risultato noto! Unico "neo" che un po` mi inorgoglisce e un po` mi crea problemi, e` quando ricevo complimenti sull`esecuzione dei Kihon visto che ho detto di non averli quasi praticati e al tempo stesso quando conscio di aver eseguito "bene" un movimento qualche senpai deve per forza trovare l`appiglio per fare una correzione! Vero anche che alcune abitudini, come ad esempio l`allergia al caricamento estremo dello Shomenuchi in stile iwamistico o alcuni particolari sul kamae, mi creano a volte qualche esitazione nei movimenti e li` il "rimproverino" ci sta tutto.
Nel primo anno al dojo, sembrava che il buki Waza venisse comunque affrontato come condizione indispensabile al pari dei dojo che seguono formalmente la didattica di Iwama, anche se con il tempo la cosa si e` decisamente affievolita e ora passano anche settimane senza aver toccato un bastone. In ogni caso all`inizio, il leit-motiv di ogni lezione sembrava essere il Kata dei 31, Kata che ho scoperto mio malgrado comune ai tre stili principali che si praticano al dojo: Iwama Ryu, Ame no Takemusu, Kobayashi Dojo (quello di Tokyo). Quindi ho cominciato da zero a memorizzare la sequenza (che ancora sbaglio), a lottare con il Kumijo in entrambi i ruoli e a rendermi conto che forse non sapro` mai fare il Kata sul lato destro! Per un certo periodo poi abbiamo studiato anche il Kata dei 13 ma benche` all`epoca mi sembrasse piu` semplice, senza praticarlo costantemente ne rimane solo un ricordo sfocato.
Il ken invece lo pratichiamo di meno, piu` che altro in sporadiche applicazioni di Tachidori, mentre per il resto soltanto le solite "vasche" a forza di kihon, ma ultimamente neanche piu` queste.
L`impressione generale, dalla quale deriva a volte il senso di scocciatura, e` che certe cose si facciano "perche` bisogna farle" ma che i Kata siano decisamente vuoti, sia come attenzione ai particolari che come significato dei movimenti stessi.
Fondamentalmente, sul tatami non mi piace perdere tempo, quindi fare le cose tanto per farle mi fa optare per il non farle affatto. In ogni caso pero` sono contento di aver iniziato ad affrontare anche questa didattica a me sconosciuta (che per molti invece e` indispensabile) sia per allargare un po` la mia visuale sia perche` cio` mi ha spinto a recuperare privatamente cio` che secondo altri metodi avevo studiato fino a quel momento, come ad esempio il Jo che era piu` simile a quello che oggi si definisce Jodo e il ken che ho studiato come Iaido e Katori e poi continuato a praticare negli anni come supporto al Taijutsu.
Insomma, la paura di "non essere all`altezza" di una lezione giapponese, a dieci anni di distanza si e` rivelata immotivata ma paradossalmente ha rinforzato l`idea che sia meglio avere una preparazione minima su tutto, anche su cio` che non fa parte della didattica che seguiamo quotidianamente.
Il mondo dell`Aikido, piaccia o no, si e` diversificato e sia le intuizioni del passato che quelle del presente possono aiutarci a percorrere questo cammino. Sarebbe bello poter almeno assaggiare per qualche lezione tutte le diverse didattiche, da quella dello Shihan che divide matematicamente le percentuali tra armi e taijutsu fino a quella dello Shihan che relega le armi ad una minima porzione della sua pratica. E poi scegliere per se` stessi, come sempre, come ogni cammino personale richiede.